HORROR & SF - "The Devil's Rejects": carne e sangue tra horror e western
Uscito a luglio nelle sale americane, il seguito de "La Casa dei 1000 Corpi" è uno degli eventi dell'anno. Rob Zombie non delude le attese regalando un film in cui l'estetica dell'atto doloso mette in mostra un mondo grezzo e sporco in cui nessun ruolo precostituito ha più senso.
Non ci sono più cattivi. Non ci sono più eroi. Solo pazzia, guerra, sangue, sporcizia, polvere e il desiderio di infliggere dolore e morte come missione essenziale di un mondo senza più colore e senza più speranza. Un colpo dietro l'altro voltando le spalle ad un destino già segnato, in nome di un odio diabolico e dell'impossibilità di umano pentimento. Il futuro insomma non è qui.
E' uscito nelle sale americane il 22 luglio, The Devil's Rejects, attesissimo seguito dell'orgiastico La Casa dei 1000 Corpi, vero e proprio caso cinematografico definito iperbolicamente da autorevoli critici di genere come l'horror del decennio. Accolto con tiepido calore dai giornalisti americani, The Devil's Rejects riassume, ribadisce ed amplifica la poetica rabbiosa di Rob Zombie, capace di dipingere magistralmente la fine di ogni processo logico in un'America devastata da ogni tipo di grezza sporcizia, umana e materiale. Ma mentre La Casa dei 1000 Corpi, pur mostrando un talento visionario fuori dal comune, concedeva un minimo di rispetto alle regole di genere, sebbene riviste e rimodellate con sapienza, qui Zombie si diverte a miscelare ogni prototipo e ogni modello, ruotando la struttura narrativa del film, in particolar modo nella caratterizzazione dei personaggi, in modo da cancellare ogni ruolo precostituito.
Ci sono i tre presunti cattivi, Capitan Spaulding (un sardonico Sid Haig), Otis (un efficace Bill Moseley) e Baby (una deliziosa e conturbante Sheri Moon, compagna del regista nella vita), sopravvissuti della famiglia Firefly ora in fuga verso la libertà. C'è il presunto buono, lo sceriffo Johnny Widell, fratello del poliziotto ucciso nel primo film, che abbandona ogni altra ragione di vita per dedicarsi con ogni energia all'inseguimento dei tre reietti e alla loro cattura. Ma è tutto sfumato e incerto. Così poco alla volta, con arguta progressione di tempi, parole ed emozioni, i ruoli si fondono e si ribaltano, cosicchè i tre criminali giungono perfino ad ispirare pietà ed empatia, perché la loro pazzia appare ingenua e fanciullesca mentre invece il vero marciume pare annidarsi nelle movenze dello sceriffo Widell, angelo della vendetta la cui violenza è quantomeno premeditata. Ci sono tante comparsate interessanti, dall'icona Michael Berryman (attore de Le Colline Hanno Gli Occhi) all'ex-pornostar Ginger Lynn Allen, da Ken Foree al tenero Matthew McGrory (il gigante di Big Fish, purtroppo deceduto poche settimane fa). E c'è un impianto tecnico caleidoscopico, che Zombie padroneggia con il mestiere consumato di un regista di lunga data, sviluppando la sua seconda opera nel pieno omaggio di una tradizione filmica ben definibile: il western, ben più dell'horror. Duelli serrati avvolti in primissimi piani alternati a piani medi, montaggio frenetico che bazzica tra l'onnipresente camera a mano e inquadrature di più ampio respiro, e la polvere onnipresente che si alza dal manto stradale di un'America che pare uscita dai road movie degli anni '60, spandendo una sarabanda di sguardi, pallottole fumanti, ralenti, schizzi di sangue, urla, fughe, torture, saliva, sporcizia rappresa, inserti fumettistici e nudità, rimandi sessuali e connotazioni scatologiche, in cui l'ordine del mondo è sconquassato a vantaggio del nichilismo puro.
Da Peckinpah a Don Siegel, da John Woo a Tarantino, da Ed Wood a Bela Lugosi, da Hooper a Groucho Marx, Rob Zombie cita, omaggia, rielabora e infine irride, mandando (letteralmente) a quel paese tutto e tutti (la parola fuck è usata 560 volte nell'arco della pellicola), fiero del suo coraggio e della sua ultima estremizzazione della violenza, atto talmente consueto da risultare oramai quasi caricaturale. Cento minuti di estetica dell'atto doloso per convergere nel finale che ancora una volta sublima l'essenza western del racconto: combattere fino alla fine, senza arrendersi, indipendentemente da quale sarà l'esito del confronto.
E' difficile stabilire un paragone tra The Devil's Rejects e La Casa dei 1000 Corpi; sicuramente è un film più compatto e sicuro nella messinscena dei propri intenti, non frenato dai tortuosi percorsi produttivi che avevano complicato e non poco il parto dell'opera precedente. Ma nella sua solidità il nuovo Zombie perde forse in parte la benefica e ammaliante sfrontantezza visiva del predecessore. The Devil's Rejects colpisce comunque molto duro ragionando sugli effetti dell'anarchia incipiente di un mondo in cui la violenza è un dato di fatto e in cui l'istituzione può tranquillamente essere negata per dare spazio alla nemesi individuale. Vietato ai minori in Usa, Singapore, Gran Bretagna, Irlanda e Canada, il film da qui a dicembre uscirà anche in Spagna, Germania, Finlandia, Olanda e Nuova Zelanda. Ad oggi non si hanno ancora notizie sull'eventuale uscita nelle sale italiane.
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