HORROR & SF - The Abandoned, alla caccia di noi stessi
Ne abbiamo parlato a lungo negli scorsi aggiornamenti e, finalmente, ecco "The Abandoned", il debutto nel lungometraggio dello spagnolo Nacho Cerdà. La storia di un ritorno alle proprie origini, di un ambiente estraneo ed ostile, di un passato da scoprire, e di fantasmi che assumono le nostre stesse fattezze

Ne avevamo parlato a lungo, e finalmente eccolo, The Abandoned, l'atteso debutto nel lungometraggio del regista di culto Nacho Cerdà, uscito il 23 febbraio negli States, prodotto dalla Filmax, scritto da Cerdà insieme a Karim Hussain e Richard Stanley, e interpretato da Anastasia Hille (attrice di provenienza soprattutto televisiva) e Karel Roden (Hellboy, Blade II, The Bourne Supremacy).
The Abandoned narra la storia di Marie, produttrice televisiva, nata in Russia ma subito adottata e poi cresciuta in America, che dedice di tornare nella madrepatria per scoprire le misteriose circostanze della morte di sua madre, da lei mai conosciuta. Scopre di essere ereditiera di una grande casa abbandonata in mezzo alla foresta, vi si reca, e, dopo essere arrivata a destinazione tra lo scetticismo e l'indifferenza della popolazione autoctona, ci trova Nikolai, suo fratello, anch'egli mai conosciuto prima, con apparente casualità giunto in Russia nello stesso momento di Marie e con le stesse identiche motivazioni. I due iniziano, tra le ombre e gli scricchiolii della grande magione diroccata, ad essere perseguitati dai fantasmi. Ma non fantasmi qualsiasi, bensì gli spettri di loro stessi, i propri doppelganger, che condurranno Marie e Nikolai alla visione e alla vera conoscenza di un passato agghiacciante.
E' un Cerdà sobrio e misurato, quello che debutta nel cinema di lunga durata e nella produzione di respiro internazionale, un Cerdà lontano dalle feroci estremizzazioni visive di Aftermath e dalla commovente poesia horror di Genesis. Il regista catalano tiene a freno se stesso e la propria concezione anarchica della morte, preferendo adagiarsi su di una conduzione lieve e non invasiva, quasi sottotono, nel tentativo di permeare il film di un alone di perenne inquietudine da far scivolare sottopelle.

Alle esplosioni orrorifiche preferisce un lavoro di sottrazione, giocando con i dettagli, l'alternanza di macchina a mano e carrelli più fluidi, i forti contrasti tra le luci artificiali e le ombre interiori delle molteplici stanze di una casa dalle evidenti fattezze labirintiche. Gli effetti speciali restano quasi sempre in secondo piano, e si punta molto più sull'atmosfera che sullo splatter.
Se lo scetticismo e l'indifferenza iniziale dei contadini russi, mal disposti a condurre Marie fino a destinazione, riportano a vaghe reminiscenze stokeriane, è la tematica dell'incomunicabilità e dello smarrimento dello straniero in una terra non sua a dominare la prima parte della pellicola. Anche se Marie è russa di nascita, avendo vissuto tutta la vita in America per lei il ritorno alla madrepatria è in realtà una prima volta, nonchè, a tutti gli effetti, un approdo ad una nazione altra che non la identifica e non l'accetta.
Lo stupore, lo smarrimento, l'errare sperduto di Marie nella terra che non (la) conosce, trasla poi nel microcosmo della casa, permeato da segni e tracce di un passato a lei estraneo. I fantasmi che popolano l'abitazione, e che fin da subito appaiono a turbare le menti già confuse di Marie e dell'appena conosciuto fratello Nikolai, rischiano di far scivolare il film nella consueta riproposizione delle ormai abusate tematiche della casa infestata. E se Cerdà tratteggia con abilità il senso vacuo della dimora dipingendola come un tunnel buio e profondo circondato da un ambiente lugubre, misterioso e divorante nella sua opacità (il film in realtà è stato girato in gran parte a Sofia, in Bulgaria), è la sceneggiatura che rischia più volte di sfilacciarsi, perdendo di continuità e coerenza soprattutto nei momenti in cui il fantastico si impadronisce della narrazione, e faticando nel reggersi su dialoghi spesso troppo semplicistici e artefatti.

Più solida è invece l'ultima parte, un gioco a specchio in cui ognuno rincorre il proprio doppio ("we're haunting ourselves", "stiamo dando la caccia a noi stessi", esclama a un certo punto Nikolai), in cui il presente rifluisce nel passato, e dove infine, nella risoluzione della vicenda, si esplica la classica struttura circolare che riporta dalla fine all'inizio, e viceversa. Perchè "quello che succede a loro, succede a noi".
In sostanza un debutto contrastato quello di Cerdà, abile nel dirigere la macchina da presa tra gli stipiti della casa-labirinto e nell'usare gli ambienti come centri focali del narrato, ma lontano dalla superba spregiudicatezza di Aftermath e Genesis, e co-autore di un soggetto intrigante che lascia però la sensazione di non essere stato sviluppato nella migliore maniera possibile.
Presentato in anteprima in alcuni festival a fine 2006 (tra cui il Toronto Film Festival e l'After Dark Horror Fest), e come detto da poco uscito negli States, The Abandoned approda a fine aprile in Spagna e a maggio in Francia. Per ora sconosciuta, ma comunque difficoltosa, una sua possibile uscita in Italia. Molto più probabile un arrivo direttamente in Dvd.
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