HORROR & SF - 1408: non entrate in quella stanza

L’autobiografismo, il vizio dell’alcool, una famiglia distrutta, i lati oscuri dell’umanità, la scrittura come catarsi delle proprie paure: temi cari a Stephen King ripresi da 1408, ghost movie appena uscito negli States, tratto da un racconto del maestro del Maine. Tra classicismo, omaggio alla tradizione fantasmatica e voglia di osare.

Negli scorsi mesi, parlando di film come Dark Remains, The Gravedancers e The Abandoned, abbiamo visto come sia sempre più pregnante, nel cinema americano e non solo, la tendenza a recuperare la tradizione del ghost movie. I fantasmi sono prepotentemente tornati di moda nell’immaginario dell’horror contemporaneo, grazie alla voglia di registi e sceneggiatori di recuperare la tradizione del filone spiritico, con pellicole che sembrano voler omaggiare la tradizione di genere senza peraltro rinunciare quando possibile a retaggi tecnici e figurativi di maggiore attualità.

Un altro esempio di questo recupero del Mito del fantasma, nella sua sfocata presenza/assenza, nella sua ossimorica fisica invisibilità, nella sua forza ammaliatrice e inquietante, è 1408, uscito nelle sale degli States il 22 giugno. Diretto dal quarantasettenne svedese Mikael Hafstrom (regista di Evil, Drowning Ghost e Derailed), scritto a sei mani da Matt Greenberg, Scott Alexander e Larry Karaszewski (questi ultimi due già autori degli script di Ed Wood e Man on the Moon), prodotto dalla Dimension Films dei fratelli Weinstein, e interpretato da John Cusack (nel ruolo di protagonista) e Samuel Jackson (in una parte minore ma efficace), 1408 è tratto dall’omonimo racconto di Stephen King, contenuto nella raccolta Tutto è fatidico (Everything’s Eventual).

L’ennesima traposizione kinghiana, dunque, che riprende con vigore tematiche alquanto care allo scrittore del Maine: l’autobiografismo, l’alcoolismo, la famiglia dissolta, i lati oscuri dell’umanità che si nascondono negli anfratti bui della comune quotidianità. La trama mette in mostra la vicenda dello scrittore Mike Enslin, autore di un paio di libri di successo dedicati alla parapsicologia, a fenomeni soprannaturali accaduti in dimore maledette, a case (apparentemente) infestate. Temi che Enslin, il quale ha recentemente perso per malattia la piccola figlia Katie, utilizza per esorcizzare le proprie paure, affermando con decisione di non credere ai fantasmi, di non credere al Male, di non credere a niente. Per confermare uno scetticismo radicato in anni di presunte esperienze a contatto con il mondo altro Enslin decide, nonostante i numerosi avvertimenti in senso opposto del direttore Olin, di trascorrere una notte nella camera 1408 del Dolphin Hotel di New York, dove in passato decine di persone hanno perso la vita, o per cause naturali o per suicidio. Lo scetticismo dello scrittore, dedito in abbondanza all’ingerimento di alcool dopo il dolore insopportabile dovuto alla perdita della figlia, sarà polverizzato dagli incredibili eventi fantasmatici che avranno luogo all’interno di quella stanza.

Una sinossi piuttosto standardizzata, che pesca a piene mani sia dall’immaginario kinghiano, sia dalla tradizione filmica del ghost movie, in cui ritroviamo tutti gli elementi tipicizzanti di questo determinato filone. Anche lo sviluppo della diegesi, nel dipanarsi della pellicola, segue abbastanza fedelmente gli stilemi settoriali che più ci si aspetterebbe. Eppure, nella sua classicità, che potrebbe in fondo anche apparire come mancanza d’idee innovative, 1408 funziona, per merito di una buona regia che sceglie con cura le angolazioni da cui giostrare ogni avvenimento che si svolge all’interno della stanza, e di una sceneggiatura che da metà film in poi spicca il volo e aumenta il ritmo giungendo a soluzioni narrative ardite e quantomeno sorprendenti.

Se infatti, dopo i primi minuti di ambientamento, l’inizio della notte da incubo di Enslin è condotta secondo eventi catalizzatori di facile previsione (radio impazzite che si accendono da sole, ologrammi delle persone morte in quella stanza che si materializzano all’improvviso regalando momenti di tensione, giochi di specchi, telefoni e televisori che sembrano vivere di vita propria, serrature non funzionanti che riducono la stanza al rango di prigione, suppellettili varie che si burlano del protagonista), nella seconda parte 1408 rompre gli argini, inonda (letteralmente) lo schermo, e rompe i confini della narrazione per dare vita a una sovrapposizione e alternanza di piani spaziali e temporali e a una riuscita fusione di sogno e realtà.

John Cusack, su cui inevitabilmente si regge gran parte della riuscita del film, offre una buona prova d’attore. Influenze shininghiane fanno capolino senza remore. Il racconto originario è ripreso lavorando più di addizione che di sottrazione. Il sonoro diegetico, intervallando esplosioni uditive e sordità temporanee, diventa soggetto vero e proprio dell’intreccio. I brividi reali non sono molti, ma le coraggiose scelte stilistiche mantengono viva l’attenzione. E l’horror sfuma nello psico-dramma familiare di un padre che non ha mai potuto accettare la scomparsa della figlia, e che nel contempo ha abbandonato la moglie in un impeto di autodistruzione che ora rimpiange.

Per questi motivi, senza raggiungere picchi eccelsi, 1408 resta un buon prodotto, che non ha paura nè di rifarsi alla tradizione, nè di osare un qualcosa in più. E l’affascinante universo kinghiano, ancora una volta, come accade da ormai trent’anni a questa parte, si conferma infinito e inesauribile ricettacolo d’ispirazione per il mondo del cinema fantastico. Attendiamo un’eventuale, e per ora non definita, uscita del film nelle sale italiane.

 

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