PesarHorrorFest 2007 - Omaggio a Jorg Buttgereit
L’attenzione tributata al controverso regista tedesco ha permesso di comprendere le scelte e i percorsi che hanno portato un giovane appassionato di film di mostri a diventare il cantore della necrofilia cinematografica: un’operazione culturale, condotta senza snobismi o facili entusiasmi per fare luce su una delle figure rappresentative dell’underground di fine millennio
C’è almeno una buona ragione per ritenere oltremodo fondamentale l’omaggio che il PesarHorrorFest ha inteso tributare al regista tedesco Jorg Buttgereit. Ce ne sarebbero più d’una in verità, a iniziare dal giusto traguardo che permette alla manifestazione marchigiana di poter finalmente vantare un nome di caratura internazionale, che fa per questo compiere al programma un “salto di qualità”. Ma soprattutto ci interessa focalizzare l’attenzione sul fatto che l’operazione è stata compiuta con grande lucidità e cognizione di causa: senza le apologie acritiche da fandom stupidamente entusiasta (quello che poi, come è accaduto, durante la proiezione di Nekromantik ride in maniera sciagurata) e senza lo snobismo elitario tipico di quella critica che fino a oggi a continuato a dividersi sull’opera del regista impedendone una analisi serena. Ai tanti articoli che nel tempo hanno continuato infatti a insistere sulla natura controversa delle pellicole di Buttgereit, sottolineando soprattutto la forza disturbante e oscura di alcune scelte, il PesarHorrorFest ha infatti risposto nel modo più intelligente che potesse esserci: affrontando l’opera di Buttgereit da una prospettiva culturale, cercando di far emergere non solo il percorso creativo che ha portato un giovane appassionato di kaiju-eiga e classici film di mostri a diventare il cantore della necrofilia cinematografica, ma anche sviscerando tutte le connessioni che legano il corpus d’opera del regista alla scena underground tedesca di metà anni Ottanta, alla filosofia punk (ma non solo) e anche al cinema d’autore dell’epoca.
Il tutto senza dimenticare mai il ruolo da outsider incarnato da un filmaker indipendente che, nella ristrettezza estrema dei budget, nello stile a volte eccessivamente esemplificato e semi-amatoriale dei suoi lavori, ha combattuto una battaglia per rinnovare il gusto di un paese tenuto al guinzaglio da una censura cieca e massificatrice.
Quindi ciò che in questa sede interessa non è la riscoperta del “genio incompreso”, ma la possibilità di ragionare con la sostanza cinematografica dei quattro lungometraggi che compongono l’opera di Buttgereit (i due Nekromantik, Der Todesking e Schramm) e che ne hanno fatto un autore di culto, nonostante la decisione di non dirigere più film da circa 15 anni a questa parte. E così la progressione artistica passa innanzitutto per una serie di cortometraggi di modesta fattura dove emerge il gusto cinefilo e grottesco di un giovane appassionato del cinema fantastico, fino al passaggio al lungo che rimodula totalmente i toni del racconto forgiando quattro storie disperate e incentrate sul tema della confusione morte/vita. Il punto di raccordo tra i due momenti è dato dal cortometraggio Hot Love (1985) dove a derivazioni nel grottesco più cartoonesco, già si accompagna il tema della vacuità dell’amore, costretto nell’angolo dall’egoismo intrinseco della razza umana, e il capovolgimento di prospettiva che rovescia un sentimento positivo in chiave negativa lasciando spazio al desiderio di vendetta e di violenza.
Ciononostante il passaggio a Nekromantik (1987) è ugualmente radicale e difficile da gestire, complice una storia che costringe lo spettatore a un viaggio al fondo della disperazione umana, dove la morte viene “quotidianizzata” nella normale vita di un necrofilo i cui tormenti restituiscono il senso del vuoto nell’umanità di fine anni Ottanta. In questo senso è interessante il gioco di specchi tra la vita intesa come momento qualificato soltanto dall’esaltazione della morte e quindi dalla morte stessa come inevitabile approdo. Non c’è sacralità nell’umanità di Buttgereit, ma soltanto un ciclo meccanicista dove il corpo morto diviene l’unica frontiera, destinato a essere violato dalla sessualità dei vivi e a diventare esso stesso morto per ricominciare
il ciclo. Le scelte registiche più discutibili e, certamente, bieche (si veda la deprecabile uccisione “in diretta” del coniglio) vengono filtrate attraverso una messinscena che tende all’astrattismo: mostrando prima lo scuoiamento e poi la “resurrezione” (con la pellicola che scorre al contrario) dell’animale, in parallelo alla vita e al suicidio del protagonista, Buttgereit tende a rendere la morte un segno grafico astratto, dove quindi il confine tra il prima e dopo si stempera nella reiterazione di gesti “perversi”, compiuti senza alcun dilemma morale, soltanto per dare sfogo alle proprie pulsioni e attribuire forse un senso al proprio quotidiano. Pellicola difficile, non compromissoria e che costringe lo spettatore a cercare un arduo punto di equilibrio con una realtà distante nelle sue pratiche, ma vicina nel senso di vuoto cosmico che connota i protagonisti.
In questo senso non stupisce notare come il successivo Der Todesking (1989) da un lato tenda ancora maggiormente all’astrattismo, nel suo tentativo di trovare quasi una forma geometrica alla pratica del suicidio, ma dall’altra tenti di non disperdere la componente fisica, esistenziale e viscerale di un orrore che è malessere dell’anima manifestato attraverso la mortificazione del corpo. Né più né meno quanto accade in Schramm (1993), dove questo lavoro ancora di più interessa anche la struttura narrativa, decostruita e de-temporalizzata sino a sintetizzare l’intera vita dello squallido protagonista nell’arco di tempo della sua morte accidentale.
In definitiva un regista da ricominciare a studiare, oltre le facili classificazioni di genere, per comprenderne il complesso disegno, gli stimoli e le motivazioni che ne hanno reso una figura rappresentativa di un particolare momento storico e artistico dell’underground di fine millennio.
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