HORROR & SF - Tra Pulp e Serial Killer: i corti del PesarHorrorFest
Si è da poco conclusa la quarta edizione del PesarHorrorFest, che come ogni anno ha visto al suo interno un concorso dedicato ai cortometraggi di genere italiani. Manca un movimento univoco e riconoscibile, talvolta l’ambizione supera le reali capacità, ma riscontri positivi, per fortuna, ci sono: tra gli altri, Federico Greco, con il suo folgorante Liver
Dal 21 al 26 agosto si è svolta la quarta edizione del PesarHorrorFest, manifestazione che si è ormai ritagliata un posto di prestigio nel panorama festivaliero italiano dedicato al cinema di genere, e che continua, nonostante mille difficoltà economiche e organizzative, a mantenere intatto il proprio spirito viscerale e passionale, trasudante reale amore nei confronti della cinematografia horror.
Come tutti gli anni, all’interno del festival, tra lungometraggi in anteprima, incontri letterari, ospiti di buon livello, omaggi e retrospettive (quest’anno grande successo per la presenza di Jorg Buttgereit e per la proiezione della quasi totalità della sua irriverente ed estrema opera filmica), si è svolto il concorso cortometraggi. Sette film di breve durata a contendersi il primo premio, un’altra decina inseriti nel programma fuori concorso. Il tutto, rigorosamente, italiano. La qualità è stata a conti fatti altalenante, come spesso capita in queste occasioni, a ribadire la presenza di un sottobosco decisamente vivo, talvolta con autori di buone qualità e di interessanti prospettive, tal’altra con prodotti ancora insufficienti per poter sperare di uscire dal mondo dell’underground e dell’amatorialità. La sensazione è che manchi un collante univoco che possa creare un movimento solido e riconoscibile, e che troppo spesso i registi azzardino tematiche e piani narrativi troppo ambiziosi, se non supportati da idee e capacità sufficientemente solide. Per fortuna, però, qualcosa di buono in proiezione futura c’è.
La giuria del concorso, composta tra gli altri da Chiara Palazzolo (scrittrice), Andrea Bruni (critico), Valerio Boserman (regista), e Michele Pastrello (il vincitore della passata edizione), ha decretato la vittoria di Un certain regard, diretto da Mario Tani. Un noir di chiara ed evidente (fin troppo) derivazione tarantiniana, immerso in sporche tonalità cromatiche giallastre, che omaggia a piene mani la tradizione del pulp e del gangster movie. Prodotto ben realizzato, divertente, ironico, senza però guizzi d’inventiva particolarmente significativi. É inoltre parso fuori luogo l’inserimento del corto nel concorso, in quanto il genere a cui si accosta è sicuramente lontano dal puro horror.
Il premio per il miglior soggetto è andato a Tunnel, di Roberto Palma. Un labirintico dedalo in contrapposizione tra sogno e realtà, in un dipanarsi di storie parallele atte a confluire in un universo misterioso in cui ogni identità è trasfigurata dall’incubo. Molto chiara l’influenza lynchiana, a livello ideologico, per un corto che è parso decisamente troppo pretenzioso e artificioso (a differenza, ad esempio, di Anima nera, lungometraggio di David Giovannoni proiettato durante il festival, anch’esso di marcata influenza lynchiana, ma molto più riuscito nella compattezza della sceneggiatura e nell’ispirazione delle scelte registiche).
Altri corti, pur non premiati, sono meritevoli di citazione: L’occhio, dei fratelli Angelo e Giuseppe Capasso, che rilegge Il cuore rivelatore di Poe seguendo le coordinate di un attrattismo visivo affascinante e conturbante; Kaidan Experiment, della coppia Fragale/Paloschi, dittico italo-giapponese che rivisita la tradizione della mostruosità nella mitologia nipponica, con scelte registiche che ricordano il cyber punk di Tsukamoto e con attimi di reale e riuscita inquietudine; Alma Gotica, di Luca Ruocco (fuori concorso), sogno ad occhi aperti profuso di ammalianti accenti dark wave; Antefatto, di Francesca Staach (anch’esso fuori concorso), una storia di stupro diretta senza fronzoli e con grande profondità emotiva e visiva.
Decisamente insufficienti e trascurabili, invece, alcuni film tra cui lo splatter Moebius di Donatello Della Pepa, Il Proiezionista di Roberto Loiacono, e M come Jimmy del pur talentuoso Alex Visani, che questa volta però delude le attese.
Premiato solo con riconoscimenti minori, ma a giudizio di chi scrive nettamente sopra a tutti gli altri per qualità e professionalità, Liver, di Federico Greco, scritto e interpretato da Ottaviano Blitch. La storia di Harry Brompton, serial killer condannato all’ergastolo per aver ucciso una giovane coppia di amanti e aver mangiato loro il fegato, che anni dopo esce di prigione per buona condotta e il giorno stesso si reca a casa di Rachel McWilliams, la figlia del procuratore che l’aveva condannato, per espletare la sua vendetta, diventa un folgorante e delizioso saggio di cinema puro. Il film è costruito sul corpo e sul volto dell’ottimo Blitch, che esagera un po’ inizialmente nell’accostarsi alla kubrickiana Arancia Meccanica, per poi però trovare la giusta identità di ruolo e dare vita a un personaggio solido e perversamente efficace. Attorno a lui si muove un insieme di elementi (regia, fotografia, montaggio, scelte musicali) che rasentano la perfezione, e che danno vita a un prodotto sicuramente ostico e sconvolgente, ebbro com’è di crudeltà e abiezione, ma realmente di grandissimo livello tecnico, fino al visionario finale in cui Brompton guarda in faccia la morte e l’Inferno che germoglia dentro di lui.
Con questo scintillante Liver Federico Greco conferma appieno quanto di buono aveva già messo in mostra in Road To L – Il mistero di Lovecraft, e negli altri suoi lavori; Greco, insieme ad autori di cristallino talento come Lorenzo Bianchini, e a qualche giovane molto promettente come Michele Pastrello o lo stesso Visani, rappresenta il futuro dell’horror italiano. Nella speranza che qualcuno, ai “piani alti” del cosiddetto cinema di serie A, prima o poi se ne accorga.
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