HORROR & SF - "The Last Winter", di Larry Fessenden: il ritorno del Wendigo
Larry Fessenden da anni porta avanti un’idea di cinema indipendente, fresca e intrigante. Personaggio poliedrico, mai scontato, regista, attore e produttore, a 6 anni di distanza dall’ottimo “Wendigo” torna a dirigere un lungometraggio con “The Last Winter”, opera intrigante ambientata nelle sterminate e ovattate coltri di neve della tundra artica.
Larry Fessenden è da tanti anni un autore di tutto rispetto. Persegue da sempre una propria coerente logica basata sull’indipendenza a tutti i costi e, pur con budget esigui, senza il supporto delle grandi majors, riesce a realizzare prodotti freschi, intriganti, e permeati da una cifra stilistica non comune e sempre ben viva all’interno di ogni sua narrazione. Regista, scrittore, attore, tecnico, produttore, Fessenden è un personaggio poliedrico, dalle ampie sfaccettature, e porta avanti un discorso di cinema sincero e intenso, lontano dalle mode e dai facili consumismi di mercato. Lo scoprimmo in Italia qualche anno fa grazie a una brillantissima mini-retrospettiva curata dal Torino Film Festival, e abbiamo continuato a seguirlo con affetto, nonostante il suo lavoro come regista si sia limitato a pochi film dilatati nel corso degli anni.
Dopo vari cortometraggi negli anni ’80, Fessenden esordiva nel lungometraggio nel 1991 con No Telling, una sorta di rielaborazione del mito di Frankenstein in cui analizzando il campo della sperimentazione scientifica a danno degli animali proponeva un’intelligente dimostrazione dell’incipiente follia da sempre pronta a impadronirsi della (in)coscienza umana. Nel 1997 era poi la volta di Habit, surreale rilettura del mito del vampiro che, sfruttando la lezione impartita dal Martin di Romero prima e da The Addiction di Ferrara poi, metteva in luce un ritratto che legava il vampirismo e la tossicodipendenza come lati gemelli di una stessa medaglia. Nel 2001 nasceva infine Wendigo, opera in cui la Natura e le sue leggi assumevano un ruolo di assoluto protagonismo. Un film sulfureo, rarefatto, suadente e misterioso, capace di entrare perfidamente negli occhi dello spettatore insinuandosi come una serpe velenosa nel mellifluo dispiegamento della narrazione, attraverso il respiro silenzioso di quello spirito malvagio delle antiche leggende indiane che sembrava finalmente essersi fatto carne e sangue.
Sono proprio queste le caratteristiche principali del suo cinema, sempre marcate e ben visibili. Un marchio di
fabbrica costantemente presente anche all’interno del suo nuovo lavoro, The Last Winter, girato in sole tre settimane, passato in alcuni festival nella primavera del 2007, poi uscito nelle sale americane nello scorso settembre, e ovviamente ancora inedito qui da noi.
Il Nord Alaska, la tundra artica, un gruppo di esperti inviati da una nota compagnia petrolifera (la KIC Corporation) con lo scopo di individuare nuovi possibili giacimenti da cui estrarre l’oro nero. Una missione che in corso d’opera cambia volto, perché c’è qualcosa nell’aria, qualcosa che pare gradualmente emergere dalle immense distese di neve, qualcosa che vuole proteggere il proprio immacolato territorio dalle avide mani umane, ad ogni costo. I riferimenti al capolavoro “artico” per eccellenza, La Cosa di John Carpenter, sembrano evidenti. E infatti ci sono. Ma Fessenden è in grado di avvolgere la pellicola secondo il suo stile, fatto di attese stranianti e tempi scanditi senza fretta, cercando emozioni non improvvise ma disseminate con “dolcezza” nell’arco temporale dell’intero racconto. E così, immersi nella luce accecante e affascinante della neve, assistiamo alla progressiva degenerazione mentale di questo manipolo di studiosi capeggiati da un roccioso Ron Perlman, e ci troviamo ipnotizzati da questo “qualcosa” che pare e
mergere da ogni candido fiocco di neve, e che ben presto guiderà il branco umano verso l’autodistruzione. E’ fondamentalmente il ritorno del Wendigo, chiamato a mostrare il suo volto e la sua forza per difendere il territorio, il dominio della Natura e le leggi da essa regolate; è un messaggio ecologista che scivola nel sangue ma non nella retorica; è infine un riuscito connubio di dramma e fantascienza con qualche (lieve ma non insistito) inserto horror.
I protagonisti cadono uno a uno, il Male si insinua nelle menti, ma non ci sono ultracorpi o presenze aliene di altro tipo. Solo la neve, il suono ovattato di scarponi che corrono disperati su di essa, e l’angoscia penetrante di ciò che in essa si nasconde, e che provoca allucinazioni e scampoli di follia. Fessenden non dispiega tutte le carte, lascia alcune domande aperte, riflette sulla paura e sulla fragilità dell’uomo, si avvale di una bellissima colonna sonora firmata da Jeff Grace (già collaboratore per le musiche della trilogia de Il signore degli anelli), si occupa della sceneggiatura (con Robert Leaver) e del montaggio, utilizza ma con parsimonia la computer graphic, si ritaglia al solito un ruolo anche come attore, e conferma la sua apprezzabile idea di cinema: un cinema non di immediata ricezione ma certamente utile, stuzzicante e mai scontato.
Continueremo a seguirlo, sperando di poter prima o poi vedere The Last Winter anche in Italia. Il film è comunque già disponibile in Dvd in lingua originale, edito da Revolver Entertainment.
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