HORROR & SF - "Rogue", il sangue dell'Australia
Lunghi silenzi, attese smorzate, sguardi impauriti. Le fauci di un enorme coccodrillo che reclama il dominio sul proprio territorio, e la selvaggia e sacrale Australia come punto focale di tutta la narrazione. Sono questi i principali ingredienti del nuovo e interessante film del talentuoso Greg Mc Lean, quattro anni dopo il feroce "Wolf Creek" - VIDEO TRAILER
Chi scrive pensa che Wolf Creek, l’horror del 2004 diretto dall’australiano Greg Mc Lean, sia un’opera di snervante crudeltà e ferocia, dall’insostenibile atmosfera soffocante, magistralmente tagliato in due tra una prima parte di ottimale ambientazione e una seconda di esiziale incubo senza speranza.
Proprio per questo motivo era alta l’aspettativa e la curiosità intorno a Rogue, il nuovo lavoro di Mc Lean, uscito già da qualche mese sui mercati esteri e ancora inedito qui in Italia. E tutto sommato l’attesa non è stata vana. Siamo ancora nella selvaggia e incontaminata Australia, sulle rive di un fiume in mezzo alla foresta, in cui troneggiano animali di ogni specie, rappresentanti di una fauna variegata e composita, tra cui risplendono enormi coccodrilli, veri e propri padroni delle acque. Un gruppo di turisti, tra cui spicca un giornalista americano giunto in Australia per scrivere un articolo di viaggio dedicato alle bellezze locali, compie una gita a bordo di un battello, per immergersi nella primitiva atmosfera del luogo. Accade però che l’imbarcazione finisce in panne, i soccorsi tardano ad arrivare, la notte si avvicina, e gli sventurati si trovano a lottare per la sopravvivenza contro un mastodontico coccodrillo profondamente alterato per essere stato disturbato nel suo territorio.
La struttura di base, e la tecnica di realizzazione con cui Mc Lean imposta Rogue, ricordano piuttosto da vicino Wolf Creek. Una prima parte apparentemente rilassata e cauta, che affonda poi (questa volta gradualmente, non con una cesura netta e improvvisa come nel film precedente) nei meandri del dramma.
Una tesa coreografia fatta di lunghi silenzi, attese smorzate, sguardi impauriti, tensione palpabile, scatti sospesi. Il ruolo fondamentale del campo visivo in cui si muovono gli attori, attraverso il quale la Natura diviene puro soggetto filmico d’imprescindibile importanza. Inquadrature fisse in cui Mc Lean sembra a tratti realizzare un documentario del National Geographic, nei dettagli prolungati di gufi, ragni, insetti, cavallette e salamandre che sembrano guardarci in faccia per reclamare il ruolo sacrale del proprio habitat, e il desiderio di essere lasciati in pace dalle nefandezze dell’essere umano.
Come in Wolf Creek la selvaggia Australia è la vera protagonista del racconto, e il coccodrillo che affiora dalle profonde acque e inizia a divorare i malcapitati turisti altro non è se non un simbolo totemico, un Dio mortale che incunea le proprie radici nelle leggende primitive, e nei dettami religiosi di una foresta ancora saldamente legata alle primigenie significazioni di un’essenza antica.
Siamo dalle parti del beast movie, con qualche vago riferimento a Lo Squalo, a Piranha, a L’Orca assassina, a Lake Placid, ma qui la componente scenografica e ambientale diviene il fulcro dello script, i turisti si muovono incerti in una terra straniera ed estranea senza via di fuga, in cui il linguaggio della natura e del luogo è totalmente diverso da quello delle loro patrie e determina per questo una sorta di metaforica alloglossia: la lotta sempre più intensa tra uomo e animale si situa quindi in una mitopoiesi che abbraccia idealmente ogni respiro e ogni gesto. Mc Lean si muove a metà tra l’horror e il racconto d’avventura, sviluppa la caccia alla preda senza fretta, prendendosi i tempi giusti, lesinando il sangue, e azzecca una lunghissima e claustrofobica sequenza ambientata in una caverna dove si nasconde l’antro segreto del presunto mostro, che poi è solo un animale che rivendica una pace a lui dovuta.
Forse il regista non osa abbastanza nel finale (colpa dei produttori Weinstein? Non ci sarebbe da stupirsi...), e senz’altro non raggiunge i picchi d’intensità emotiva del suo precedente film. Ma conferma di avere talento, e di essere, dopo Rob Zombie e insieme ad Alexandre Aja e Neil Marshall, uno dei più interessanti registi horror della nuova generazione. ...e attenzione alla canzoncina dei titoli di coda, divertentissima.
Il film è già reperibile in Dvd edito dalla Weinstein Company sotto l’etichetta Dimension Extreme.
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