HORROR & SF - "STUCK" di Stuart Gordon: viaggio al centro della colpa

L’ultimo lavoro del regista di Edmond è un gioiello che merita tutta l’attenzione possibile. Due personaggi, un incidente, un uomo incastrato nel parabrezza di una macchina; questo lo spunto di base per un noir tra Celine e Gogol, che si avvale di un’accurata e intelligente analisi sul senso di colpa, la moralità umana, la paura e l’egoismo, la solidarietà e la voglia di vivere

locandinaStuart Gordon, da oltre vent’anni, è uno dei più brillanti autori che navigano nell’horror e negli altri generi cinematografici più oscuri e affini. Dal 1985 ad oggi ha diretto, tra gli altri, il seminale e ineguagliato Re-Animator, il genuino Dolls, l’interessante From Beyond, il fantapolitico 2013: la fortezza, il lovecraftiano Dagon, i brillanti Edmond e King of the Ants, e un paio di riusciti episodi dei Masters of Horror. Partito dallo splatter più anarchico e oltranzista, membro di una bella factory comprensiva dell’amico Brian Yuzna (pronto a interscambiarsi con lui di volta in volta i ruoli di sceneggiatore, regista e produttore) e dell’attore-feticcio Jeffrey Combs, ha negli ultimi anni virato la sua poetica verso un noir a sfondo socio-umanitario, intessuto di elementi grotteschi e surrealisti, mantenendo costante la bontà del suo lavoro.

Il suo ultimo lavoro, Stuck, per ora inedito in Italia, è un gioiello che merita estrema attenzione.

Un uomo e una donna. La giovane Brandi (Mena Suvari), e il meno giovane Thomas (Stephen Rea). Lei lavora in un ospedale, pulisce il sedere agli anziani, alla sera s’impasticca un po’ per divertirsi, sta insieme ad un pusher, e sta per essere promossa a capo-infermiera. Lui era un project manager di successo, ma ora è senza lavoro, senza soldi e perfino senza casa, tanto da ritrovarsi a dormire in un parco insieme ai barboni. I due non si conoscono. A inizio film seguiamo le loro vicende in montaggio parallelo. Poi, una notte, lei investe lui, e lui rimane incredibilmente incastrato tra i vetri del parabrezza della macchina. poster stuck

Brandi è sconvolta e traumatizzata, non sa che fare, non vuole chiamare il 911 per paura di doversi assumere la colpa dell’incidente. Thomas è gravemente ferito, immobilizzato nel suo sangue, ma è ancora vivo, e tra un rantolo e l’altro chiede aiuto. Brandi nasconde l’auto nel garage, in attesa di trovare una soluzione, cercando al contempo di tenere in piedi la propria vita. Da qui parte un piccolo grande viaggio all’inferno, scandito in in meno di 24 ore, per combattere il senso di colpa (lei) e per salvarsi la vita (lui).

Solo 80 minuti di film, ma infinite significazioni messe sul piatto a comporre un affascinante mosaico di possibili temi d’analisi: l’inadeguatezza e la lentezza stordente dell’apparato pubblico, la crudeltà delle istituzioni, il degrado urbano della società, la ghettizzazione delle periferie, la solitudine, l’abbandono, l’umiliazione, il potere del fato, l’orrore del trauma e della colpa, la moralità dell’individuo, l’egoismo, la paura, la solidarietà, la voglia incrollabile di restare in vita.

Da una sola singola idea di sceneggiatura, per di più apparentemente debole (un uomo incastrato nel parabrezza di una macchina), Gordon ricava un film semplice ma coinvolgente, intelligente, originale, solidissimo, mai retorico e mai eccessivo.

Mena SuvariPer i primi 40-45 minuti infatti Stuck è un lavoro perfetto. Fin dai titoli di testa, fin dalla prima scena, realistica sino al disgusto, è tutto al punto giusto, con tempi e ritmi ottimi, neanche una virgola o una parola fuori posto. Poi forse cala un poco la presa, si arena un attimo la storia, si scivola in qualche turpiloquio di troppo, per poi tornare a spingere nel convulso finale. Al di là di questo lieve difetto il risultato complessivo, comunque, è validissimo. Mena Suvari, l’ex ragazzina di American Beauty (che figura anche tra i produttori del film), è pienamente in parte, perfetta per il ruolo, e possiede uno sguardo sbarazzino e una carica erotica non comuni, a metà tra un cerbiatto impaurito e un cobra velenoso. Stephen Rea, occhi bassi, faccia da perdente, andatura un po’ dandy, è perfetto pure lui, e ci riporta alla mente il James Caan dello splendido Misery, nella lotta disperata per la propria vita.

Vittima e carnefice, carnefice e vittima, comicità nera e splatter, noir urbano e follia dilagante, Scorsese e Gogol, Mann e Celine; pezzi di vetro che penetrano nella carne, e frustate di negligenza che scavano nel cervello. Un devastante voyage au bout de la nuit, una gemma preziosa da vedere e conservare con cura, una vera lezione di cinema.

Presentato a Cannes 2007, Stuck è stato mostrato in molti festival in giro per il mondo, vincendo il Corvo d’Argento a Bruxelles. E’ da poco uscito in Dvd per Image Entertainment, e sul web sono disponibili i sottotitoli in italiano.

 

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