HORROR & SF: Buried Alive & Dying Breed

Questo mese doppia recensione. Da una parte il navigato Robert Kurtzman e una presenza demoniaca in una vecchia casa nel Nuovo Messico; dall’altra il giovane Jody Dwyer, alle prese con un cannibale affamato nelle sempre più straordinarie e inquietanti terre australiane

Locandina americana Buried AliveQuesto mese doppia recensione. Parliamo di due film, uno americano e l’altro australiano, uno uscito anche in Dvd in versione italiana ma passato pressochè inosservato, l’altro invece nuovo e ancora inedito qui da noi. 

Partiamo dal basso, e cioè da Buried Alive, di Robert Kurtzman, uscito anche doppiato con il titolo, tradotto letteralmente, di Sepolti Vivi.

 

Conosciamo bene Kurtzman, da tanti anni genio degli effetti speciali, e regista nel 1997 dell’ottimo Wishmaster. Dieci anni dopo è tornato dietro la macchina da presa per dirigere il discreto e coraggioso The Rage, che abbiamo analizzato su queste stesse pagine. Sempre nel 2007 ha realizzato questo Buried Alive, film che rispetto al precedente segue molto più pedissequamente le regole di genere, con risultati molto meno personali e decisamente meno convincenti.

Sei giovani ragazzi vanno in vacanza nello chalet del padre di uno di loro, un luogo dove in passato accaddero eventi brutali e non ancora del tutto risolti. Ad attenderli troveranno uno strano guardiano, e soprattutto uno spirito demoniaco che cercherà di ucciderli per trovare la propria vendetta.

Tutta qui, la trama. Slasher con elementi soprannaturali, basato su entità rancorose abbarbicate all’interno di uno spazio ristretto in cui il sangue del passato non si è ancora asciugato a dovere. Protagonisti da tipico teen horror, o poco più (due cugini con reciproche fantasie incestuose, un nerd patito dell’informatica, un belloccio qualsiasi, e due procaci donzelle costrette loro malgrado a seguire una particolare “iniziazione”), con caratterizzazioni psicologiche alquanto limitate.

Una caccia al tesoro che diviene lotta contro il tempo per salvarsi la vita. Cospicue dosi di sesso peraltro molto più suggerito che mostrato. Dialoghi da brividi (in senso negativo). Emozioni saltuarie e non proprio innovative. Svolgimento lineare. Gore non così massiccio. Girato a Santa Fè, nel Nuovo Messico.Immagine di Dying Breed

Vogliamo bene a Kurtzman, ma ci vuole molta fantasia per salvare Buried Alive. Non bastano un paio di sequenze azzeccate, qualche buon effetto speciale (curato dal regista stesso), la malsana presenza di Tobin Bell (icona di tutta la saga di Saw), qualche prurito erotico e un finale orchestrato con cura. É proprio la materia narrativa a essere povera, la banalità situazionale ad avvolgere il tutto. Kurtzman è bravo, ma se in The Rage ci aveva messo del suo, qui sembra davvero aver aderito a un progetto puramente “alimentare”, con risultati sotto al livello di guardia.

Di altro tenore invece, per fortuna, Dying Breed, nuovo horror proveniente dalla sempre più florida terra d’Australia, diretto dal semi-esordiente Jody Dwyer, uscito in patria lo scorso novembre e presentato a febbraio di quest’anno all’After Dark HorrorFest.

L’incipit ci porta in Tasmania, nel 1822. Un pericoloso cannibale, Alexander Pierce, detto anche Pieman, riesce a evadere da un carcere di massima sicurezza dell’Impero Britannico, insieme ad altri sette seguaci. Dopo qualche settimana nascosto nella foresta, nonostante la caccia spietata ai suoi danni, ne esce vivo, lui solo, dopo abbondanti libagioni di carne umana.

Siamo poi ai giorni nostri. Quattro ricercatori giungono nelle medesime foreste tasmaniane, alla ricerca della famosa tigre che si dice estinta ma che in realtà potrebbe ancora circolare in quelle terre. Arrivati a destinazione, si scontreranno con le strane abitudini degli abitanti del luogo, e dovranno loro malgrado fare i conti con la leggenda di Pieman.

Anche qui, in apparenza, la trama non propone soluzioni particolarmente nuove. Eppure, c’è un elemento di spessore che rende molto più sostanzioso il film rispetto a quello di Kurtzman: l’ambiente. Come in Wolf Creek, Un tranquillo week-end di paura, Picnic ad Hanging Rock, capolavori di cui Dying Breed è senz’altro debitore, il luogo del racconto diviene soggetto focale e fondante dell’intera narrazione, e avvolge i personaggi in un’ovattata nuvola di mistero, sangue, inquietudine e terrore.

Dying BreedLo spaesamento degli esuli in terra straniera, la difficile coabitazione di culture diverse, gli sguardi gelosi degli autoctoni nei confronti degli odiati visitatori, sono altri temi già abbondantemente sviscerati, che però Dwyer riesce a tenere in piedi con il giusto metodo, creando un’atmosfera soffocante che minaccia di implodere da un momento all’altro.

Ancora una volta, l’Australia si dimostra straordinaria cornice per il cinema, e in particolare per l’horror, tanto è intrisa di silenzi, cupe maestosità, foreste sterminate, rumori sconosciuti, sussurri e misteri che sbocciano a ogni passo per agghiacciare l’inerme spettatore.

Così anche in Dying Breed, seguiamo lo snodarsi della vicenda attraverso discreti colpi di scena, momenti piuttosto crudeli, deviazioni improvvise, resurrezioni dal passato, simbolismi totemici, pervasi sempre da un vago senso di smarrimento psicologico, che ci permettono di entrare in empatia con gli sfortunati protagonisti. E Dwyer porta a termine il suo lavoro senza particolari sprazzi di genialità, ma reggendo saldamente le redini della pellicola, trovando un equilibrio senz’altro apprezzabile. Merita dunque una visione.

Buried Alive è distribuito in versione italiana da Eagle Pictures. Dying Breed invece si trova in Dvd in lingua originale (ma sul web si trovano i sottotitoli in italiano) grazie alla solita benemerita Lions Gate Entertainment.

 





TRAILER DYING BREED

 

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