HORROR - Il profumo della signora in nero
Riviviamo un film di culto nella tradizione del cinema di genere italiano. Un'opera inquietante, paranoica, affascinante, d'impronta polanskiana ma anche molto personale, con Mimsy Farmer alle prese con oscuri incubi legati ai traumi della sua infanzia, e personaggi misteriosi che le ruotano intorno, sino a un finale radicale e sconvolgente
Ogni tanto fa bene fare un salto all'indietro, e andare a riscoprire pellicole di culto del cinema di genere italiano, ancora oggi amatissime dagli appassionati, ma magari non conosciute dal pubblico più giovane e/o occasionale. Fa bene, soprattutto quando il “genere” diventa qualità; è il caso, ad esempio, di film validissimi, frettolosamente scaraventati da certa critica nel pozzo della serie B quando in realtà meritano una A maiuscola, come il sulfureo Baba Yaga di Corrado Farina, e lo splendido Cosa avete fatto a Solange? di Massimo Dallamano. Gli esempi, derivati dalla nostra tradizione, sopratttutto con riferimento agli anni sessanta e settanta, e all'horror e affini, sarebbero tanti, ma oggi ci piace in particolare rivivivere uno dei migliori prodotti italiani di genere, ovvero Il profumo della signora in nero, diretto da Francesco Barilli nel 1974, e interpretato dalla bionda Mimsy Farmer.
Un film che si situa nel filone “giallo”, con chiare derivazioni di pertinenza thriller e horror, e che deve molto, inutile nasconderlo, al cinema di Polanski, in particolare Repulsion, Rosemary's Baby e L'inquilino del terzo piano (quest'ultimo peraltro successivo a Barilli, il quale aveva già lavorato come attore in Prima della rivoluzione di Bertolucci, e dirigerà poi nel 1978 Pensione Paura). Derivazioni interessanti possono riportare alla mente anche A Venezia un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg, La corta notte della bambole di vetro di Aldo Lado, e i film d'esordio di Argento (la medium che appare a un certo punto ricorda molto Profondo Rosso). Ma è soprattutto l'ombra di Polanski a troneggiare sull'intera pellicola. Un'opera intrisa di dolore, perversione, confusione mentale, in cui la paranoia s'insinua nelle pieghe della visione per poi esplodere compiutamente, trascinando la protagonista (dai tratti somatici non a caso molto simili a Mia Farrow) nel vortice della follia.
L'ambientazione, in una Roma estiva e pressochè deserta (struttura logistica che piacerà molto anche a Moretti), è perfetta per inglobare la storia di Silvia Hacherman, scienziata che lavora in un'industria chimica, e che è alle prese con incubi derivati da misteriosi traumi infantili evidentemente mai superati, legati alla morte della madre e soprattutto a un uomo rude e violento che potrebbe aver abusato di lei. Poco alla volta i suoi vicini di casa iniziano ad assumere strani comportamenti, e sembrano tutti nascondere qualcosa di losco; contemporaneamente, le allucinazioni si fanno sempre più vivide e pressanti, sino a fondersi, nella seconda parte del film, in una terra di mezzo nella quale la realtà e l'orrore immaginario non hanno più confini.
Diretto con mano sicura, il film di Barilli affascina per il clima soffocante e la tensione palpabile che riesce a creare, soprattutto nella prima parte. Dalla metà in poi, si avverte un affastellamento situazionale forse eccessivo, che ingaggia nodi narrativi e subplot non compiutamente sviscerati, fino a giungere a un finale sorprendente e radicale, perfino troppo. Una soluzione estrema discutibile e forse non necessaria.
Ciò comunque non è sufficiente a inficiare il valore di un film che giustamente conserva un posto di primo piano nel culto del cinema di genere italico, grazie anche al bellissimo e indimenticabile leitmotiv di Nicola Piovani, alla timida insicurezza della Farmer, e al brillante uso dei claustrofobici spazi scenografici.
Il profumo della signora in nero per fortuna è facilmente reperibile in Dvd; si trova anche una collector's edition edita da Minerva Video.
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