HORROR & SF - Stake Land
Apocalisse. Un mondo alla rovina, disintegrato da creature vampiriche. Pochi sopravvissuti, in lotta contro i mostri, e contro i loro simili. Buio, sangue, disillusione, ma anche un percorso di crescita e formazione verso un domani forse ancora possibile. Accade in Stake Land, film americano prodotto da Larry Fessenden; un malinconico e interessante lavoro che gioca con gli stereotipi di genere, cercando una propria identità
Il cinema horror, spesso, vive di stereotipi. Accade soprattutto nell'era contemporanea, a maggior ragione con riferimento al panorama americano, dove le idee originali latitano sempre più. Eppure, in certi casi, giocare con le convenzioni non è per forza un fattore negativo, a patto che si lavori con onestà intellettuale, scartando ogni pretenziosità. Qualche volta, anche chiudendo in un cassetto la novità, si può comunque, con un minimo di umiltà intellettuale, costruire una pellicola piacevole, interessante, positiva nonostante gli evidenti difetti. È il caso di Stake Land, film postapocalittico di matrice vampirica realizzato nel 2010, diretto da Jim Mickle, scritto dallo stesso regista insieme all'attore protagonista Nick Damici (la coppia aveva già lavorato insieme nel precedente Mulberry Street), e prodotto dalla sempre lodevole Glass Eye Pix del benemerito Larry Fessenden.
Una terribile epidemia di non-morti ha sterminato la popolazione americana. Il giovane Martin, dopo aver assistito all'uccisione dell'intera sua famiglia, è rimasto solo, fino a trovare un volto amico in Mister, attempato cacciatore di vampiri che decide di portarlo con sé nelle lunghe peregrinazioni lungo il paese. I due viaggiano verso il Canada, dove si dice esista un New Eden, ovvero una zona incontaminata. Durante la strada si scontrano con la Fratellanza, pericolosa setta di fanatici religiosi, e incontrano una suora, un marine e una ragazza incinta: personaggi variopinti che si uniscono a loro, ricreando un piccolo ma significativo nucleo familiare. Il tragitto è ostacolato dalla presenza delle sanguinarie creature.
Come detto, Stake Land non cerca l'innovazione stilistica. Preferisce invece adagiarsi lungo un sentiero di genere che si nutre di un immaginario stratificato, desunto da tanti titoli usciti allo scoperto negli ultimi anni. 28 giorni dopo e The Road, i Living Dead di Romero e Blade, perfino Lost e The Walking Dead: riferimenti più o meno utili per esemplificare l'universo narrativo entro cui il film di Mickle si muove, alla ricerca di una propria identità. Se è vero che le argomentazioni dedicate ai non-morti stanno ormai soffocando, colpite da una saturazione pressoché completa, Mickle tenta di operare a metà del guado, instaurando un'ibridazione grazie alla quale ci troviamo di fronte a vampiri che si comportano come zombi, evolvendosi in corso d'opera e distinguendosi in variegate razze ognuna con caratteristiche specifiche.
Il pregio di Stake Land, peraltro, risiede nella scelta di lasciare spesso ai margini le creature, per concentrarsi invece sull'universo alla rovina entro cui si snoda la storia, e sui personaggi che la popolano. Il viso ingenuo di Martin descrive un complesso percorso di crescita e formazione individuale, dove l'adolescenza giocoforza si annulla per correre verso una maturazione affrettata e necessaria. Il giovane è il simbolo della solitudine atavica di un mondo allo sfacelo, ma anche la personificazione della speranza verso un futuro nebuloso che potrebbe forse ancora riservare uno squarcio di luce. In lui vivono il senso della decostruzione e successiva ricostruzione della famiglia come atto fondante della società; i personaggi che di volta in volta gli ruotano intorno sono invece tessere di un mosaico da inseguire e completare, con fatica, per giungere infine all'appiglio di un domani ancora possibile.
Accanto a Martin troneggia l'uomo senza nome, Mister, cacciatore virile che non dorme mai, portabandiera di un ruolo indispensabile ma destinato a prosciugarsi ed esaurirsi nel tempo, e dunque consapevole della necessità di trovare un degno successore prima di terminare il suo compito. I nemici della Fratellanza, invece, trovano il proprio fondamento narrativo nella consueta stortura del fanatismo religioso, strumento di lotta contro l'Apocalisse, ma anche contenitore di dolore e follia, stupri e condanne sommarie. È l'esplosione dell'egoismo insito nella razza umana, l'odio supremo, il Male che scivola in un Male ancora più plumbeo.
Stake Land, transitato in molti festival di genere ma per ora inedito in Italia, non è esente da difetti, tutt'altro. Fatica a compiere quel passo necessario per imporsi nella massa di pellicole similari, appare a tratti raffazzonato e confuso, e incappa in svolte di sceneggiatura assai discutibili. Eppure, nonostante un budget ridotto, azzecca qualche bella trovata (i vampiri lanciati dagli aerei), e grazie anche all'efficace e struggente partitura musicale di Jeff Grace si circonda di un'aura triste, malinconica, che lascia in eredità una sensazione glaciale, nostalgica, nient'affatto consolatoria. Una qualità non da poco.
Da segnalare, nel cast, la presenza di Kelly McGillis e di Danielle Harris, già vista nei due Halloween di Rob Zombie. Non manca, al solito, anche un cameo del buon Fessenden, personaggio da lodare sempre e comunque per tutto ciò che ha fatto e che ancora fa per il cinema che tanto amiamo.
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