SPECIALE "AUSTRALIA": Who's gonna ride your wild horses?

Con Australia, il melodramma ritorna a quella vecchia e schematica distribuzione dei ruoli uomo/donna, precocemente seppellito da analisi sin troppo accademiche, ignare della fascinazione di personaggi come quello del mandriano Drover. Baz Luhrmann torna a dipingere un personaggio femminile annegato nel desiderio, mettendo Hugh Jackman sotto il punto di vista degli occhi blu di Nicole Kidman: virile e selvaggio, il suo personaggio è la sua unica protezione contro le avversità dell'outback australiano.

“Capisci cosa hai combinato, donna?”
Quanto tempo era che non si sentiva un uomo pronunciare una battuta simile, al cinema?
Abbastanza da provarne nostalgia, abbastanza da salutare Australia come il film che ci ha felicemente riconsegnato quella vecchia distribuzione dei ruoli uomo/donna seppellita in passato da analisi sin troppo accademiche, senza dubbio ignare della fascinazione provocata da personaggi come il mandriano Drover: elegante e selvaggio, virile e sensibile, generoso anche dietro lo sguardo affettato di chi la vita l’ha vissuta sempre fino in fondo. Se Australia fosse uscito in quei cinema fumosi a cui pensa con rimpianto, la Mia Farrow de La rosa purpurea del Cairo se ne sarebbe innamorata perdutamente, sperando che potesse uscire dallo schermo per sostituire il furfante sovrappeso che aveva per marito. Invece, è giusto che uno come Hugh Jackman se lo prenda Nicole Kidman: una predestinazione chiara sin dalla prima volta che i suoi occhi azzurri si posano su di lui. Il protagonista si sta impegnando in una scazzottata in un saloon – da cui ovviamente uscirà vincitore – senza mai apparire per intero fino a quando lei non si ritrova a guardarlo. Lui è lì con la barba incolta e una fisicità prorompente, la sua unica protezione – lei che è una viziata nobildonna di Londra – contro le avversità dell’outback. L’ammirazione di Baz Luhrmann per queste donne di cinema affogate nel desiderio non è tanto nelle citazioni più o meno dirette da Via col vento, quanto nell’uso classico delle soggettive. Come ogni eroe hollywoodiano che si rispetti, Drover infatti può amarla solo nel tempo libero, mentre trascina migliaia di manzi, mentre doma cavalli imbizzarriti, mentre deve salvare decine di bambini aborigeni dalle grinfie dei giapponesi. E’ lei ad investirlo delle sue attenzioni attraverso lo sguardo, a volte tanto evidente da essere esasperato dal ralenti. Oltre a quello iniziale, si contano almeno altri tre momenti degni di un fuilletton rosa ingiallito dal tempo: mentre lui si fa la doccia nell’accampamento di fortuna; mentre ritorna alla civiltà – temporaneamente ben rasato e con uno sfavillante completo bianco – per omaggiarla di un ballo; mentre prende confidenza con l’eccezionale purosangue che gli ha donato. Se Jackman è straordinario nell’assumere l’intero ventaglio di qualità che il personaggio gli impone, aiutato da quella naturale di avere le phisique du role, il gioco si regge soprattutto su Nicole Kidman, capace di recitare senza imbarazzo e senza pretese. Il suo compito è quello di essere quello che deve, per convincere il suo uomo a restare con lei ed esserne all’altezza, e nello stesso tempo è costretta ad essere tanto eccezionale – doti umane, da madre persino – da invitare all’immedesimazione la platea. Così è significativo il personaggio della moglie di Neil Fletcher, altro farabutto come non se ne vedevano da tempo: nella sua sconfinata ammirazione per lo charme e la classe di Sarah Ashley, è come se il pubblico femminile avesse sullo schermo una sua diretta rappresentanza. Perchè è lampante che Drover può permettersi di essere se stesso, nella sua invidiabile autosufficienza: è Nicole Kidman – deve farlo accettare a tutte le donne in sala – che è nella posizione di doverselo meritare.

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