SPECIALE "AUSTRALIA" - Ogni giorno è l'inizio del cammino
L’Australia è l’ultima frontiera, il new deal, inseguendo il quale ci imbattiamo nelle tracce segrete che riportano ad Howard Hawks e incrociamo lo sguardo di John Ford. Molto cambia. Molto cambia. Ma resta intatta la vertigine ‘orizzontale’ del western, il suo senso più profondo (o esteso), quel suo essere mito d’origine, canto della fondazione ed elegia della fine
Somewhere, over the rainbow. L’Australia è da qualche parte, oltre l’arcobaleno, risponde ad altri ritmi e stagioni e insegue i suoi fusi orari impossibili. Una terra aldilà degli oceani, fuori dallo spazio e dal tempo. E così appare riflessa nello sguardo di Luhrmann, che fugge dalle strettoie di una oggettività troppo distante dal vero e di una razionalità che è troppo poco amore. Luhrmann guarda la sua Australia con gli occhi dell’immaginario. E ripercorrendo il continente per questo sentiero che segna la rotta in “un terra che non c’è” se non nel cuore e nell’anima, rifà il cinema. Quello di ieri e quello di oggi, il classico e il contemporaneo. Un percorso che sfiora i confini di tutti i generi, lungo i quali si combatte la morte dell’immaginazione, e si respira la libertà di un amore che non ammette limite. E andando avanti, appare sempre più chiaro che la direzione seguita porta sino alle terre di una nuova epopea. L’Australia è l’ultima frontiera, non più western, ma southern. Il new deal, inseguendo il quale ci imbattiamo nelle tracce segrete che riportano ad Howard Hawks. Il fiume rosso attraversato da mandrie e mandriani, il gruppo che cerca la forma del caos in un viaggio che è la cifra di ogni storia. E nell’occhio del ciclone, Lady Ashley e Drover combattono ancora la loro guerra dei sessi. Ma sul cammino, incrociamo lo sguardo di John Ford, che
prende la mira e spara verso quell’infinita linea in cui terra e cielo s’incontrano e si baciano. Luhrmann espande i limiti, come fosse Cimino, cerca il respiro arcano della natura, i suoi controluce, come fosse Malick, e trapianta il suo “piccolo” universo nell’immensità degli spazi. Nelle distese a perdita d’occhio, i suoi innamorati tremanti si trasformano in pionieri coraggiosi, che portano avanti il loro sogno e la loro speranza nonostante tutto. All’avventura non manca nulla: il saloon di Ivan, la scazzottata, il vecchio ubriacone, le donne “perbene”, i brutti ceffi che sghignazzano e sputano, la fattoria e il serbatoio d’acqua, il vento, i tutori dell’ordine in balia dei grandi proprietari terrieri e dei loschi allevatori di bestiame, il diritto del più forte contro la necessità di giustizia. E naturalmente i nativi, custodi della voce segreta della terra e difensori della loro dignità inviolabile, pura e integra nonostante le congiure dell’uomo e della storia. Cambia la pelle: nera, non più rossa. Cambiano gli anni: giapponesi contro alleati, non già confederati contro unionisti. Cambia anche la fauna: coccodrilli e non coyote. Ma resta intatta la vertigine ‘orizzontale’ del western, il suo senso più profondo (o esteso), quel suo essere mito d’origine, canto della fondazione ed elegia della distruzione. Luhrmann filma la nascita di una nazione, gli ideali e le aspirazioni di coloro che la costruiscono, ma anche le macerie, le lacrime e il sangue dei vinti. Coglie, con l’aria di chi è lì per caso, quella lacerazione fatale tra la possibilità degli spazi aperti e l’istinto insopprimibile di rinchiudere, creare barriere, isole, chilometri di staccionate e filo spinato. Svela il mistero del peccato originale: l’incapacità di tollerare un’esistenza senza limiti. Ma non rinuncia alla speranza: sognare una casa, nonostante la guerra e i troppi morti. Nullah parte per il suo viaggio. Senza rimandare più a domani. Walkabout. Ogni giorno è l’inizio del cammino.
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