SPECIALE "AUSTRALIA" - L'acqua, la terra
Incontrollato, esagerato, ma anche devastante. Luhrmann mette in gioco tutto il suo immaginario e la sua estetica kitch senza freni, realizzando un melodramma vecchia maniera in cui i suoi corpi hanno addosso i segni della polvere così come quelli di Titanic apparivano emanazioni liquide
Non c’è che dire. Con Australia il cinema di Baz Luhrmann ha messo in gioco tutto se stesso, la sua estetica kitch/visionaria come aveva già fatto con i suoi tre precedenti lungometraggi. Anche stavolta c’è un set da trasformare e manipolare come era già accaduto negli straordinari Romeo + Giulietta e Moulin Rouge e le ambizioni kolossal smisurate rendono la visione degli spazi e la rappresentazione degli eventi ancora più amplificati. La parte iniziale, pur facendo riferimento alla tragica realtà delle “generazioni rubate”, viene raccontata quasi come se fosse una favola. Un altro proscenio che si apre come quello di Moulin Rouge o uno schermo televisivo che si accende come all’inizio di Romeo + Giulietta. Da lì la terra di Australia appare illimitata come l’acqua di Titanic. Luhrmann e Cameron portano in scena una specie di sfida impossibile. Irregolare quella del regista australiano e sublime quella di Cameron ma in entrambi c’è dentro qualcosa di mastodontico. Forse il prologo, con la Kidman che ha una visibilità esibita come una star degli anni ’30, appare anche eccessivamente potenziato, ma poi, dalla scena dell’arrivo del bestiame in città, Australia diventa una specie di film di terra materico così come Titanic appare un fulgido esempio di film d’eau. Luhrmann non risparmia nulla, come se il suo fosse un cinema fuori-tempo ma anche fuori-confine, e segue alla lettera le forme del mélo come Titanic. Lì l’amore tra Jack e Rose era contrastato dal fidanzato della ragazza. Qui invece si tratta di una guerra economica tra Lady Sarah e il mandriano che se la devono vedere contro un proprietario terriero che gli vuole portare via la dimora ereditata dal marito defunto. Caratteri forti, portati all’eccesso, che però sembrano nascere e uscire fuori da quella terra, confinata dal porto che diventa quasi un valico di frontiera che delimita il territorio. Uno spazio quello di Australia che appare come qualcosa già di solido he poi si sgretola con i bombardamenti dove sono presenti tracce del cinema di Michael Bay e in particolare Pearl Harbor con cui Australia appare simile nel bilanciarsi tra azione, sentimentalismo e guerra. Esagerato il film di Luhrmann, senza confini, ma totalmente avvolgente, con dentro la Storia che segna la vita dei protagonisti come Via col vento, con tracce d’avventura come la saga di Indiana Jones. Un’altra sfida quella del cineasta australiano, forse quella più estrema della sua opera. Prendere o lasciare. Se si sta al gioco, ad un certo punto si vola da terra.
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ho letto la recensione e dico la mia: "Australia" è un film mortalmente noioso e laccato, afflitto da un uso sopra le righe del digitale e che non regge assolutamente il confronto con "Titanic". Soprattutto, non si può dire "Australia come Titanic" se poi si dice anche "Australia come Pearl Harbor", altrimenti qualcuno potrebbe dedurne che... "Titanic come Pearl Harbor", essendo questi, invece, due film che hanno in comune solo il budget faraonico. Il problema di "Australia" è che resta a metà strada fra questi due modelli (l'impossibile "grandiosità intima" del film di Cameron, da un lato, il gigantismo tronfio, esplosivo ed ultrapatinato di Bay dall'altro), che non spinge sul melodramma, che non conclude mai, che propone personaggi radiocomandati e dall'alchimia NULLA, che risulta davvero visionario solo in una scena (la mandria che punta sul ragazzino). E poi digitale, digitale, ancora digitale. Tranne la Kidman, che invece, ormai, è di comune plastica. Peccato, ma evidentemente Luhrmann nei grandi spazi non si trova a suo agio.
Inviato da Roberto il 24/01/2009
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