"Australia", di Baz Luhrmann
Alle prese con spazi decisamente più vasti in confronto alla sua produzione precedente, Luhrmann abbandona quasi del tutto l'apparato art-decò del suo Cinema, raggiungendo una gestione e una ripresa della sterminatezza delle ambientazioni naturali in alcuni punti paragonabile quasi a Michael Bay
A ben pensarci, l'evocativa teoria sulla Que sera, sera di Doris Day ne L'uomo che sapeva troppo di Hitchcock, Voce della Madre che spandendosi per l'aria dei corridoi e degli stanzoni del palazzo dove il Figlio era stato rinchiuso lo richiamava a sé liberandolo, di cui Michel Chion nel fondamentale Le son au Cinèma, potrebbe essere in tutto e per tutto valida per la Somewhere over the Rainbow che diventa la canzone-simbolo del rapporto tra il personaggio di Nicole Kidman e il piccolo meticcio aborigeno Nullah. Anche in questo caso, è proprio la potenza del brano 'familiare' a ricongiungere madre e bambino. Non fosse che la canzone di Judy Garland è già un richiamo da sé (cinematografico, al Mago di Oz di Victor Fleming del 1939, che poi il piccolo Nullah si intrufola a vedere mascherato da 'negro' in un cinema all'aperto a Darwin); e non fosse che in questo caso sia l'espediente che Lady Sarah (la Kidman) usa come raddoppio sulla potenza magica delle cantilene rituali che il piccolo ha imparato ad adoperare dal nonno sciamano, King George (e che, in quella che probabilmente resta la sequenza spettacolare del film meglio riuscita, lo aiutano ad immobilizzare un'intera mandria di vacche e tori ad un passo dal precipitare da un altissimo precipizio) – magia arcaica contro magia di Hollywood...
Nella sequenza in cui il tema di Somewhere over the Rainbow riunisce la Famiglia, poi, una terza stratificazione va ad aggiungersi alla potenza immaginifica del rituale primordiale e di quello cinematografico – ed è l'aspetto religioso. La cadenza del tema, infatti, viene utilizzata per un canto sulla Madonna che hanno imparato a memoria i bambini che l'eroico personaggio di Hugh Jackman ha posto in salvo da una Missione Religiosa su di un isola assaltata dai soldati giapponesi. Ed ecco che, mentre Nullah accenna la canzone all'armonica, sulla barca che si sta avvicinando al porto bombardato di Darwin, i bambini che sono sull'imbarcazione con lui prendono a cantare il canto mariano, finché è proprio il coro con sottofondo di armonica ad attirare l'attenzione di Sarah/Kidman, sul molo, che credeva morti sia Nullah che Drover/Jackman, il coriaceo mandriano. Con quest'unico accorgimento (e con la battuta finale del film, pronunciata dallo sciamano King George allorquando Sarah acconsente finalmente a lasciar andare Nullah verso il suo viaggio iniziatico rituale: “è tempo per te di tornare nella nostra terra”) Luhrmann rappresenta così appieno l'intera ambiguità dello sfruttamento coloniale del suo Paese – culturale, sociale, territoriale, religioso.
Seguendo in maniera precisa le tappe del personaggio femminile della Hollywood classica dei tempi d'oro degli Studios (e continuando magari un lavoro sulla narrazione popolare che il grande drammaturgo Ronald Harwood, tra gli sceneggiatori di Australia, aveva forse intrapreso con il suo script per l'Oliver Twist di Polanski, in cui la resa dei conti conclusiva sui tetti era seguita da un vero e proprio pubblico giù in strada col naso rivolto al cielo...), il personaggio della Kidman passa dalla certificazione della sua estraneità di gender dalla femminilità ingombrante, all'essere accettata in un contesto completamente maschile perché “se ha attraversato la terra-che-non-c'è a cavallo, allora può bere come un uomo”: per la società-bene, però, resterà sempre un oggetto da possedere, da comprare addirittura vincendolo ad una riffa di beneficenza. Eppure il suo ruolo è quello di madre, che si rende alfine conto di non poter fare a meno dell'Uomo, e resuscitata quasi in maniera sacrale dopo essere stata creduta morta, riunisce la Trinità della Famiglia ri-costruita.
Alle prese con questo percorso nel classicismo e con spazi decisamente più vasti in confronto alla sua produzione precedente, Luhrmann abbandona quasi del tutto l'apparato art-decò del suo Cinema (mirabile probabilmente unicamente nella squisita sequenza d'apertura con il rocambolesco incontro tra Jackman e la Kidman), raggiungendo una gestione e una ripresa della sterminatezza delle ambientazioni naturali in alcuni punti paragonabile quasi a Michael Bay (alcune complesse panoramiche sulla fattoria di Faraway Dawns, tutta la parte finale col bombardamento giapponese della città di Darwin). Dove resta però sempre assolutamente esplosivo, è paradossalmente nella descrizione degli attimi, un respiro di Sarah/Nicole al momento del primo bacio con Drover, l'entrata in scena di Jackman 'ripulito' al ballo dei proprietari terrieri, partner inaccettabile agli occhi della società di una signora altolocata come Lasy Ashley.
Titolo originale: id.
Regia: Baz Luhrmann
Interpreti: Nicole Kidman, Hugh Jackman, David Wenham, Brian Brown, Jack Thompson, Ben Mendelsohn, Essie Davis.
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 168’
Origine: Australia, USA 2008
-
Sono contenta di non aver speso i soldi del biglietto per vedere questo film. Senza dilungarsi troppo, direi che non vale neanche spendere metà dei 168' della sua durata. Che noia vederlo, che banalità.
Inviato da Pablita il 20/04/2010
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