“Non per soldi… ma per denaro”, di Billy Wilder
Il film di Billy Wilder si presenta quasi come una parabola manichea sul valore dell’onestà, ma è l’umorismo, in genere l’ingrediente più soggetto a deterioramento, a scavare in un cinismo un po’ di maniera e a scalzare ogni ridondanza, battezzando l’inossidabile coppia comica Lemmon-Matthau. Primo capitolo di un sodalizio tra i più fortunati della storia del cinema e premio Oscar a Matthau come non protagonista. Arezzo 16 febbraio h.21.15, Cinema Eden. Rassegna Lost&Found
Più che nella realizzazione del film in sé, il merito di Billy Wilder consiste in un’intuizione geniale: affiancare Walter Matthau a Jack Lemmon. Contrapporre il sorriso candido del secondo al cipiglio scorbutico del primo, e dare vita a un sodalizio trentennale, tra i più fortunati della storia del cinema.
Il cameraman Harry Hinkle (Jack Lemmon) viene travolto accidentalmente, durante un incontro di rugby, dal mastodontico giocatore nero Luther “Boom Boom” Jackson. La caduta gli provoca soltanto una lieve commozione cerebrale, ma il cognato di Harry, il cinico avvocato Willie Gingrich (Walter Matthau), lo sprona a fingersi invalido per riscuotere il lauto rimborso assicurativo. Harry dapprima rifiuta, ma quando Willie gli prospetta il ritorno dell’ex moglie Sandy, che gli fa credere di volerlo accudire, i suoi sentimenti mai sopiti per lei prendono il sopravvento sulla sua coscienza, e Harry accetta di mentire a tutti. Boom Boom, piegato dai sensi di colpa, si prende cura di lui, e fra i due inizia una tenera amicizia. Nel frattempo, gli scettici avvocati della parte avversa fanno registrare a due buffi detective le giornate di Harry, sperando che prima o poi si tradisca.
Il film si presenta quasi come una parabola sul valore dell’onestà. Lo schieramento manicheo fra avidi e puri di cuore sfuma molto raramente nelle tonalità di grigio: molto più spesso, i personaggi sono tratteggiati da gesti e dialoghi che li rendono delle maschere, e l’effetto ironico che ne scaturisce sbilancia il film verso un umore grottesco, più che realistico. Del resto, la stessa suddivisione in capitoli – definiti argutamente da Alessandro Cappabianca “16 piccole, folgoranti ‘moralità’ che percorrono un universo balzachiano del comportamento economico” – non fa che accentuare gli aspetti da antica favola con morale, e il suggestivo finale ne è un’agrodolce conferma: in uno stadio vuoto, Harry e Boom Boom si sfidano in un match consolatorio. Gli unici superstiti in un mondo spazzato via dall’avidità, verrebbe da dire, e come titolo dell’ultimo capitolo sarebbe perfetto.
Ma nella pellicola c’è dell’altro, qualcosa che lo eleva e scalza ogni retorica, ogni ridondanza. È l’umorismo: un umorismo impeccabile, che si ritrova nelle battute firmate Wilder e Diamond, nelle espressioni di gomma di Matthau, nella caratterizzazione dei personaggi secondari, dal detective che bofonchia ma non si arrende (Cliff Osmond) al vecchietto caduto su una buccia di banana.
È proprio l’umorismo, in genere l’ingrediente più soggetto a deterioramento, a scavare in un cinismo un po’ di maniera, rendendo un film del 1966 ancora giovane quarant’anni dopo. Il biglietto premonitore che Harry trova nel biscotto della fortuna, così, non si risolve in un mero orpello retorico, ma – facendo da pendant al discorso di Abramo Lincoln appena sentito da Harry in un film storico – si armonizza con l’umorismo di tutto il resto, e smussa una frammentarietà insita nella stessa suddivisione in capitoli. L’opera valse a Walter Matthau l’Oscar come miglior attore non protagonista, e consacrò già alla nascita una coppia di attori eccellenti, che sublimavano i tratti peculiari dell’altro grazie a due aure buffamente contrastanti. L’aver intuito questo contrasto, però, è soprattutto merito della magistrale lungimiranza di Wilder, e dalla sua intuizione attinsero molti registi dopo di lui.
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