BERLINALE 59 - "The International", di Tom Tykwer (Fuori Concorso)

Tra spionaggio e thriller politico, guardando forse a 007 e Pakula, l’opera del cineasta tedesco è una fredda operazione sul genere, eseguita chirurgicamente, che finisce col dissolvere quella velocità fisica e sensoriale che ha sempre costituito uno dei punti di forza del suo cinema. Anche Clive Owen e Naomi Watts appaiono piuttosto spaesati

the internationalC’è sempre una propensione a filmare la velocità nell’opera di Tom Tyker, fatta di  spostamenti concentrici (Berlino in Lola corre), illimitati nello spazio (Heaven) e nel tempo (Profumo – La storia di un assassino). Quello che è stato sempre un cinema sensoriale, fatto di accelerazioni improvvise ma anche di fughe trascinanti, si è improvvisamente raggelato. Una brusca battuta d’arresto si era già verificata con il precedente Profumo – Storia di un assassino e The International non solo conferma, ma addirittura amplifica questa involuzione nell’opera del regista tedesco. Al centro della vicenda ci sono l’agente dell’Interpol Louis Salinger (Clive Owen) e l’assistente procuratore distrettuale di New York Eleanor Whitman (Naomi Watts) che cercano di incastrare una delle più potenti banche che sembrano essere implicate nel finanziamento di attentati terroristici. La loro inchiesta li porta da Berlino a Milano, da New York ad Istanbul, ma la loro missione appare un’impresa impossibile.

Tykwer affronta le forme della spy-story in cui mette in atto una dispersione geografica – i modelli potrebbero essere quelli che vanno da 007 alla saga di Jason Bourne – ma sembra anche voler ricreare quel clima del thriller politico degli anni ’70 in cui si rintracciano echi del cinema di Pakula e in particolare di Perché un assassinio. Nel tentativo di essere straniante, però The International è un film che si perde nelle vetrate e nel cemento che inquadra, e appare chiuso e soffocato. Da questo punto di vista, la sequenza della sparatoria al Guggenheim era sulla carta una bella idea, ma Tykwer la trasforma in un freddo gioco geometrico in cui ad essere anestetizzate sono proprio l’azione e la tensione, anche a causa di dialoghi sovrabbondanti. Lo sguardo del cineasta tedesco viaggia confusamente nei diversi luoghi geografici, cercando ogni volta di ambientarsi e catturare quel nuovo spazio attraverso inquadrature dall’alto o piani ravvicinati che stanno addosso ai personaggi in movimento senza avere però quella minima fascinazione e aderenza che possedeva Paul Greengrass in The Bourne Supremacy e The Bourne Ultimatum. Gli stessi Clive Owen e Naomi Watts sembrano piuttosto spaesati e perdersi in questo labirinto. Solo nella parte finale dell’inseguimento ad Istanbul tra il mercato e i tetti appare il film sembra riprendere fiato. Ma è ormai troppo tardi. Nel cast c’è anche Luca Barbareschi nei panni del politico-leader del partito “Futuro italiano”.

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