BERLINALE 59 - "Terra Madre", di Ermanno Olmi (Berlinale Special)
Un documentario “politico e preveggente” sulla convention torinese di Slow Food del 2006 (oltre 6000 coltivatori provenienti da oltre 130 paesi), ma anche un atto di fede (dello sguardo) nei confronti di una natura intesa come stato di sospensione che non conosce tempo. Un’opera lirica e illuminata da una malinconia nella quale Olmi non manca di credere con l’ingenuità della sua età
Un film “politico e preveggente”, secondo le indicazioni di Carlo Petrini, presidente di Slow Food e mandatario di Terra Madre. E Olmi sembra aver preso alla lettera soprattutto il secondo termine del suggerimento. Questo documentario sulla convention torinese del 2006 in effetti “politico” lo è, nel senso che si dà le coordinate didascaliche di un reportage finalizzato a informare e formare il suo pubblico. Quanto al “preveggente” va preso nella lettera olmiana, quella di una veggenza ab origine, sospesa sulla trasparenza poetica di una genesi dell’esistere come traccia visibile della realtà: la natura come estasi, come stato di sospensione che non conosce tempo, che non lascia scorrere la materia del vivere, ma la sospende. Terra Madre del resto è un lavoro a doppio corpo, due film in uno, con una prima parte che concede all’evento di Slow Food tutta l’enfasi ideologica della denuncia dei torti globali e della proposta di un mondo migliore possibile: agrigoltura ecosostenibile, compressione della filiera alimentare, preservazione della diversità nutrizionale, preservazione delle colture locali, soppressione dei metodi di sfruttamento intensivo imposti dall’idustria del cibo globale... Gli exempla si impongono nelle parole dei relatori della convention torinese (oltre 6000 coltivatori provenienti da oltre 130 paesi), ma ben presto Olmi vira l’enfasi del documentario nell’estasi della veggenza, dando sfogo alla portante di un cinema visionario secondo natura, edenico nel rapporto con la terra, con le mani sporche e callose dei contadini, con il lavorio degli insetti, col brillare del controluce tra fronde e fiori... Lirico e illuminato da una malinconia nella quale Olmi non manca di credere con l’ingenuità della sua età.
Lo snodo tra le due parti, del resto, è forte e chiaro: alla convention un ragazzino americano racconta l’esperienza di azzeramento della filiera alimentare elaborata dal progetto sperimentale del suo istituto e l’enfasi tutta ideologica – ma pura – del giovanissimo relatore si inverte nell’esperienza radicale e folle di un vecchio un po’ pazzo di Roncade nel Veneto, vissuto per trent’anni fuori dal mondo, tenendo
alla larga persino i familiari, barricato nel suo podere, nutrendosi dei soli frutti della sua terra, coltivata con metodi antici, senza concimi e senza nemmeno il vomere (che “rovina la terra”...). Dopo di che lo sguardo è tutto azzerato nella messa in scena silenziosa e lenta, illuminata da una sensibilità tutta lirica, di una natura allo stato puro. Ed è qui che Olmi si sente a suo agio, profeta di un mondo che non c’è più, cantore di gesti e silenzi che appartengono a una temporalità edenica che ribalta l’apocalisse del presente nella genesi della memoria. La cosa che più colpisce in Olmi, del resto, è la sua straordinaria capacità di fare un cinema totalmente “suo” senza quasi girare più un’immagine: proprio come un contadino che raccoglie frutti seminati, Terra Madre è infatti costruito da immagini girate da altri: Zaccaro nel Nord dell’India ha filmato la banca dei semi di riso tramandati di generazione in generazione, Ignazio Roiter l’episodio del “folle” di Roncade (ma a noi pare di sentire anche la splendida mano di Mario Brenta, accreditato come assistente alla regia...), Piavoli nella parte finale, quella più lirica ed edulcorata. Olmi coltiva gli sguardi, ma preserva il suo!
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