BERLINALE 59 - "Darbareye Elly (About Elly)", di Asghar Farhadi (Concorso)
Il regista iraniano gira quasi per ricordarci, se ancora ce ne fosse bisogno, che il cinema non è solamente Kiarostami, Makhalbaf o Panahi; il cinema del suo Paese non è solamente interminati spazi e sovrumani silenzi. Puo' essere anche il dramma dei sentimenti che incarna i limiti di una societa’ in continua evoluizione. Sarebbe ora di smettere di pensare al prossimo film iraniano come a un possibile capolavoro mancato...
Dopo aver vissuto per molti anni in Germania, Ahmad decide di tornare in visita in Iran. I suoi vecchi compagni universitari decidono così di organizzare per l'occasione un piccolo viaggio per passare qualche giorno tutti assieme sul Mar Caspio. Una delle donne del gruppo, la vitale Sepideh, ha già pianificato tutto. Senza farlo sapere ai compagni, ha invitato Elly, l'insegnante di sua figlia. Ahmad, essendo appena uscito da un matrimonio infelice con una donna tedesca, vorrebbe anche poter trovare una donna con la quale potersi stabilizzare in Iran, e quella donna potrebbe proprio essere Elly. Solo che nel giorno che segue la partenza, mentre tutto sembra andare per il meglio, avviene un incidente ed Elly scompare. Cercano anche di contattare la sua famiglia, ma nessuno pare sapere niente. I sospetti su chi sia e che fine abbia fatto Elly cominciano irrimediabilmente a turbare il gruppo di amici…
Il regista iraniano di Beautiful City (presentato a Locarno nel 2006) e Fireworks Wednesday, gira un’opera corale che prova a scardinare i soliti cliche’ sul cinema del suo Paese. Quasi a ricordarci, se ancora ce ne fosse bisogno, che il cinema iraniano non è solamente Kiarostami, Makhalbaf o Panahi; il cinema iraniano non è solamente interminati spazi e sovrumani silenzi. Il problema è che si è delineato una sorta di marchio di fabbrica che comincia a pesare sulle nuove generazioni. E’ come se la nuova produzione cinematografica venisse identificata come tale solo se risponde a determinati parametri che sono quelli attraverso cui l’Occidente inquadra il cinema iraniano. L’immaginario cinematografico dello spettatore occidentale è rimasto legato solo ad un tipo di cinematografia che si è fatta look. Facendo sì che i giovani per potersi affacciare al cinema e sperare di essere considerati anche a livello internazionale hanno iniziato a fare fotocopie di uno stile di successo. Contribuendo ad aumentare la sensazione che il cinema iraniano sia solo quello. Questo gioco però non funziona più. La produzione iraniana non è solo uno o due film all’anno, include invece decine di opere che rimangono relegate nei confini nazionali e che rispettano le regole del genere: azione, racconto concluso, montaggio classico, senza per questo tralasciare le tematiche sociali tante care al cinema post rivoluzionario. Altro luogo comune sul cinema iraniano, che anche un certo filone critico ha fatto suo, è che il suo linguaggio poetico, metaforico, poco esplicito, nasca dalla censura. Il cinema iraniano ci pare invece che traspiri poesia perché si esprime proprio in questo modo. Nel quotidiano. È un approccio alla realtà. La poesia è l’aria che respira.
Dopo questa lunga premessa, va detto pero’ che ancora una volta siamo fuori strada. Asghar Farhadi ci pare invece un interessante regista che avrebbe poco da condividere con i registi citati e l’essenza (se ce ne fosse una) della cinematografia iraniana. Gira come fosse una commedia tra ex compagni di scuola, dosando con maestria l’equilibrio tra i vari personaggi e ad un certo punto sembra che il film possa virare in altre direzioni: quella del thriller, quantomeno. Ma alla fine resta fedele al dramma dei sentimenti che incarna i limiti di una societa’ in continua evoluizione. Sarebbe ora di smettere di pensare al prossimo film iraniano come a un possibile capolavoro mancato...
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