BERLINALE 59 - "Little Soldier", di Annette K. Olesen (Concorso)
Si parte da un approccio realistico che cattura anche momenti di verità nell’inquadrare diversi stadi di solitudine. La cineasta danese non riesce a gestire la metamorfosi della storia soprattutto perché, malgrado la macchina da presa stia addosso ai personaggi, si avverte una distanza ai limiti dell’aridità
Little Soldier inquadra diversi ritratti di solitudini costrette ad incrociarsi. La macchina da presa della danese Annette K. Olesen (che si rivelò proprio a Berlino nel 2002 con Små ulykker) sta addosso ai personaggi cercando di catturarne lampi sugli occhi, scatti imprevisti, improvvisi abbandoni. Lotte è una donna-soldato che ritorna da una missione all’estero portandosi dietro delle ferite sia fisiche sia psichiche. Non trovando nessun impiego, accetta la proposta del padre e diventa autista al suo servizio. Il suo compito è quello di accompagnare Lily, una prostituta nigeriana e tra le due nasce un graduale rapporto di complicità.
La Olesen inizialmente si avvicina a un realismo memore quasi delle forme del Dogma sia per quanto riguarda l’uso dell’illuminazione nelle scene notturne sia per gli stacchi improvvisi che magari riprendono una stessa scena sotto angolazioni. Da questo punto di vista c’è una scena in cui Lotte si scaglia contro un cliente che stava aggredendo Lily. Little Soldier è un film sulle conseguenze della guerra e una rappresentazione sui traffici illeciti di prostituzione all’estero, ma anche un tentativo di ‘ritorno al mondo’ da parte della protagonista. La cineasta mostra i segni del suo isolamento attraverso il rapporto col padre, i dettagli della sua casa sempre in disordine, i suoi silenzi in macchina. Forse è questa impassibilità che rende il film inizialmente più vero. La regista poi non riesce a gestire la metamorfosi del suo personaggio e della vicenda, soprattutto il suo avvicinamento nei confronti di Lily, che appare come uno strappo improvviso e poco spontaneo. C’è una scena in cui si mettono a ballare sulla spiaggia con lo stereo della macchina acceso e poteva essere un momento narrativamente essenziale per il cambio di marcia. Però c’è troppa distanza tra la Olesen e quello che inquadra. Forse è per questo che l’opera appare trattenuta, ai limiti dell’aridità e forse per questo che l’apertura finale di Lotte e il suo aiuto nei confronti di Lilly, più che un gesto estremo, è filmato come se si trattasse di uno sporco noir di cui la cineasta mostra però di non possederne i tempi.
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