BERLINALE 59 - "Storm", di Hans-Christian Schmid (Concorso)
Dopo l’intenso Requiem, il cineasta mostra di trovarsi a disagio con le forme del thriller politico; si avverte infatti una mancanza di equilibrio tra la rappresentazione oggettiva dei fatti e la struttura del genere a cui il film vuole aderire. Colpisce solo la prova di Anamaria Marinca. Peccato che il suo personaggio non abbia invaso il film. Forse, nella sua evidente fragilità, la pellicola ne avrebbe sicuramente guadagnato
Dopo l’intenso Requiem, fa più di un mezzo passo falso il tedesco Hans-Christian Schmid con Storm, film sui crimini di guerra nell’ex-Yugoslavia. Il cineasta mostra infatti di trovarsi a disagio con le forme del thriller politico; si avverte infatti una mancanza di equilibrio tra la rappresentazione oggettiva dei fatti e la struttura del genere a cui il film vuole aderire. Hannah Maynard è procuratore al Tribunale Internazionale Criminale dell’Aia e sta svolgendo contro Goran Duric, un vecchio comandante responsabile di aver deportato e provocato la morte di civili musulmani bosniaci. Dopo il suicidio di un testimone-chiave nella vicenda Hannah, nella speranza di ottenere delle nuove informazioni, va al suo funerale e conosce la sorella Mira. La ragazza ha paura ad affrontare il proprio passato ma si fa convincere dal procuratore a testimoniare al processo per poter finalmente incastrare Duric. Forse il momento più riuscito è proprio all’inizio con Duric che gioca sulla spiaggia con le figlie, viene spiato e inseguito poi arrestato nella sua abitazione. Poi l’opera di Schmid segue vorticosamente gli eventi in un set sospeso tra Germania e Bosnia, in cui la macchina da presa appare come alla ricerca di indizi, di fatti che poi possano essere elementi accumulativi nella costruzione dell’azione. I momenti del processo ma non hanno in sé la tensione necessaria per un thriller e lo stesso accusato diventa quasi un fantasma della Storia. Ogni tanto Storm ha qualche sussulto (il procuratore spiato e fotografato per strada) ma in definitiva sembra essere un’operazione estranea alle corde di Schmid. Rispetto a una monocorde Kerry Fox, colpisce invece la bravura di Anamaria Marinca, protagonista di 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Mungiu. Peccato che il suo personaggio non abbia invaso il film. Forse, nella sua evidente fragilità, la pellicola ne avrebbe sicuramente guadagnato.
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