BERLINALE 59 - "Rage", di Sally Potter (Concorso)
Conflitti amorosi, confessioni segrete: tragicommedia sugli effetti della globalizzazione nell’epoca dell’informazione, attraverso interviste in una casa di moda statunitense. Ennesimo lavoro metalinguistico, chiusi in gabbie sensoriali, in cui pervade l'arida sensazione di compiacenza intellettuale che l’autrice rimanda allo spettatore
Sette giorni, quattordici personaggi tutti a rispondere al blogger Michelangelo sulla crisi che ha colpito il mondo della moda statunitense. Un incidente, un morto, conflitti amorosi, confessioni segrete: tragicommedia sugli effetti della globalizzazione nell’epoca dell’informazione. Durante i sette giorni, scandite da tracce scritte al computer dallo stesso blogger, Michelangelo gira con il suo telefonino delle interviste all’interno di una casa di moda newyorchese mentre Merlin, un designer originario del Medio Oriente, prepara la sfilata della sua ultima collezione. A partire dalle dichiarazioni dei personaggi intervistati (tra i quali ci sono un celebre modello, un manager dell’alta finanza, una sarta, un fotografo di guerra, un critico di moda), si discute delle cause del degrado sociale e politico. Michelangelo diventa l’interlocutore incontrollabile di tutti i protagonisti che rispondono dinanzi alla camera con sfondi monocromatici, con i rumori di strada a dare la sensazione di girare in presa diretta.
Sally Potter, regista e sceneggiatrice inglese (Orlando, L’uomo che pianse, Lezioni di tango), compie un’operazione che ricorda alcuni lavori di Kiarostami sul metalinguaggio cinematografico. I suoi personaggi sembrano vivere nella piu’ esasperante virtualita’, in una gabbia sensoriale, e forse e’ questo l’unico elemento interessante del film. Rage rappresenta ancora una volta il mancato senso della misura. Gibson una volta ha dichiarato: "A volte ho l'impressione che a quei tecnici che apprezzano il mio lavoro sfuggano i diversi strati di ironia che esso nasconde''. A Sally Potter, pare le sia capitato il fenomeno inverso, evidentemente. E' vero che George Bernard Shaw suggeriva di esagerare per impressionare, ma egli tacque sul fatto che non ogni impressione è favorevole: le iperboli attraggono sì l'attenzione, ma creano anche aspettative irrealizzabili, che finiscono per oscurare qualunque successo.
E' vero anche che il mondo dell’immagine potrebbe essere un sistema di monadi individuali (gli utenti), ciascuna indipendente dalle altre e senza possibilità di contatto diretto con esse, quindi senza finestre (ma con terminali, in questo caso un semplice cellulare). Ma in fondo, e’ proprio quella sensazione arida di compiacenza intellettuale che pero' l’autrice rimanda allo spettatore, dando la sensazione di non avere alcuna dimestichezza non tanto con il cinema (di cosa stiamo parlando: reportage, documentario, prove attoriali...) ma piu’ che altro con il virtuale di cui il cinema si fa spesso emissario.
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