BERLINALE 59 - "Mammoth", di Lukas Moodysson (Concorso)
Il giovane e interessante regista svedese di Lilia 4-Ever, Fucking Amal e Container, ritorna ad uno stile narrativo piu’ classico dopo i suoi esordi sicuramente piu’ sperimentali. Gira anche per la solitudine: compie il suo giro perfetto e piu’ breve, tramutando quella stessa solitudine in nevrotica consuetudine, in nevrotica devozione del ritorno
Una coppia di New York (Gael Garcia Bernal, Michelle Williams), Leo ed Ellen, non avrebbe nulla piu’ da chiedere alla vita. Lui e’ un ricco imprenditore e ha creato un sito web grazie al quale gira il mondo e guadagna una montagna di soldi; lei e’ un chirurgo d’emergenza e sente sempre piu’ forte il desiderio di salvare vite umane. Non hanno molto tempo da dedicare a se stessi e soprattutto alla figlia di otto anni che sta crescendo praticamente con la tata filippina, alla quale e’ molto affezionata. Anche Ellen si rende conto, poco a poco, di vedere sminuire il suo ruolo di madre e l’ennesimo viaggio del marito le fara’ prendere definitivamente coscienza di una situazione deleteria per il suo equilibrio mentale. Lo stesso Leo, giunto in Thailandia, resta folgorato dalla necessita’ di un cambiamento a tutte le vicende familiari che stanno prendendo una piega inaspettata.
Il giovane e interessante regista svedese di Lilia 4-Ever, Fucking Amal e Container, ritorna ad uno stile narrativo piu’ classico (ricorda Inarritu senza “incastri” e salti temporali), dopo i suoi esordi sicuramente piu’ sperimentali. Territori piu’ confortevoli e gia’ battuti, quelli che l’autore sceglie di seguire, dove purtroppo si riscontrano tutti i difetti gia’ evidenziati, fortunatamente a sprazzi, nelle sue precedenti opere, fatte anche di prevedibili scelte stilistiche e narrative. Senza contare che in Mammoth, storia quindi piu’ rettilinea e accessibile, si prova a fare i conti con la retorica del mondo opulento e il mondo che va in rovina, con la retorica della solitudine urbana e della solitudine forzata di chi al mondo occidentale e’ costretto a rivolgersi.
Ma tralasciando la poca originalita’ del soggetto, il regista sembra particolarmente in difficolta’ quando prova a muoversi intorno a quegli spazi orbitanti i suoi corpi che si lasciano avviluppare dalla solitudine. Non e’ l’anima che si ripiega su se stessa quella mostrata da Moodysson, ma tutto il suo cinema che non riesce mai a soffermarsi sull’austerita’ della solitudine, in cui si puo’ percepire la pulsazione della vita nella sua vibrazione piu’ intensa. Invece il regista compie il suo giro perfetto e piu’ breve, tramutando quella stessa solitudine in nevrotica consuetudine, in nevrotica devozione del ritorno, senza aver scoperto fino a quanto la nostra anima avrebbe potuto piegarsi per bastare a se stessa.
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