BERLINALE 59 - "The Messenger", di Oren Moverman (Concorso)
Il regista, qui al debutto dietro la macchina da presa dopo un passato come sceneggiatore, realizza un gran bel film non solo sui reduci ma anche sul dolore e sa sempre essere trattenuto nei momenti chiave, sapendo staccare un attimo prima semplificare ciò che mostra. In un bel cast (Woody Harrelson, Samantha Morton, Jena Malone, Steve Buscemi), ottima la prova di Ben Foster
Tornando a casa. In The Messenger la guerra non è – o almeno non è più – nel campo di battaglia ma nella via di tutti i giorni. Nel film di Oren Moverman sono infatti frequenti i dettagli sugli occhi di Will (un ottimo Ben Foster), come se ormai vedesse il mondo con uno sguardo diverso. Gira per strada e al supermercato con gli occhiali da sole, sembra incantarsi, quasi pietrificarsi davanti le persone che ha davanti prima di cominciare a parlare. Lui è un soldato dell’esercito che ha fatto la guerra in Iraq della quale si porta le cicatrici non solo nel corpo ma anche nello spirito. Nel frattempo la sua ragazza Kelly (Jena Malone) l’ha lasciato per sposarsi con un altro uomo. Will ha ancora tre mesi di servizio da fare. Gli viene così assegnato un incarico al Casual Notification Office; assieme a Tony (Woody Harrelson), un ufficiale più vecchio di lui, è incaricato di informare i parenti dei soldati morti in missione.
The Messenger è un gran bel film non solo sui reduci ma anche sul dolore. Sono frequenti i momenti in cui Will e Tony si trovano davanti ai familiari dei giovani scomparsi in guerra e ogni volta c’è una variazione diversa: figlie che scoppiano a piangere, padri disperati. In una di queste, una delle più forti e coinvolgenti del film, un genitore interpretato da Steve Buscemi inizia a inseguirli (con la macchina da presa che li segue) in modo quasi minaccioso per mandarli via prima possibile. Tra i parenti dei defunti c’è uno dei personaggi più complessi dell’opera, una giovane vedova (Samantha Morton) con figlio con la quale scatta un’attrazione con Will. Moverman, qui al debutto dietro la macchina da presa dopo un passato come sceneggiatore (tra i suoi film, anche lo script di Io non sono qui di Todd Haynes), ha il merito però di fermarsi e di non far sfociare il rapporto dei due personaggi in una storia d’amore. The Messenger sa sempre essere trattenuto nei momenti chiave, sa staccare un attimo prima semplificare ciò che mostra. Soprattutto possiede un grande e autentico sentimento verso i suoi personaggi che è quello della pietà mista a una sincera complicità. C’è dentro la rabbia e l’abbandono, il dolore e la speranza. Ogni morte, ogni rapporto hanno una storia diversa. E dietro queste tragedie individuali, Moverman mostra come la parola sia inadeguata. Serve un contatto fisico. E quello di Will che si mette in ginocchio e tenta di abbracciare un padre e una madre a cui è stato comunicato che hanno perso il figlio, riesce a esprimere ciò che si prova davvero. L’occhio è cambiato. Forse in quelli di Will, verso la fine, inizia ad esserci più luce.
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