BERLINALE 59 - "Adam Resurrected", di Paul Schrader (Berlinale Special)
Dal romanzo di uno dei più grandi scrittori israeliani Yoram Kaniuk, Schrader trae ispirazione. Questa è la storia: un uomo, che una volta era un cane, incontra un cane, che una volta era un bambino. Meraviglioso. Schrader lascia che la carne non tradisca mai la materia fino in fondo. Adam resuscita la prima volta e poi una volta ancora: riunisce l’anima con il corpo abbandonato alla morte
Negli anni Venti, Adam Stein (Jeff Goldblum) era un uomo felice, un marito perfetto, di professione prestigiatore e illusionista nella Germania di Weimar. Trenta anni più tardi, più niente gli restava. Adam è un uomo senza avvenire, senza presente e un passato che gli rievoca solo incubi tremendi. Per sopravvivere nel campo di concentramento diretto dal sadico comandante Klein (Willem Dafoe), Adam fu costretto a vivere e comportarsi come un cane per volere del comandante stesso. Superata la guerra, Adam è sempre preda dei suoi demoni del passato. Va a vivere in una sorta di sanatorio nel bel mezzo del deserto israeliano dove si trovano tutti i sopravvissuti all’olocausto con gravi problemi psichici. Un giorno Adam scopre un nuovo paziente: un giovane di 12 anni che crede di essere un cane. Non parla ma abbaia soltanto, non cammina normalmente ma procede carponi come una bestia. La collera e il dolore che attanaglia Adam, alla conoscenza di quel caso clinico, si trasforma presto in desiderio di aiutare quel bambino e questa sua nuova missione lo porterà ad intraprendere il viaggio di ritorno alla vita.
Dal romanzo di uno dei più grandi scrittori israeliani Yoram Kaniuk, Schrader trae ispirazione. Questa è la storia: un uomo che una volta era un cane incontra un cane che una volta era un bambino. Vi era già stato un film su questa vicenda: The day the clown cried, realizzato da Jerry Lewis ma mai proiettato, che si basava sulle vicende reali di un clown tedesco, Helmut Doork, realmente deportato per aver fatto della satira su Hitler e costretto ad intrattenere con i suoi numeri da circo le SS. Troppo facile con un autore così complesso (non vorrebbe essere un controsenso), evidenziare i temi portanti meravigliosamente rivelatore di questo cinema immenso. La colpa di Adam, quella di essere sopravvissuto, non è estinguibile, permane come debito, esige una pena e una espiazione attraverso la quale, si spera, ci si possa definitivamente liberare dal male. Schrader non circoscrive la colpa nel campo del peccato. Il senso di colpa di Adam si collega anche ad un divieto. Poter vivere ancora è da considerare colpevolezza a seguito di qualche indicibile violenza commessa di fronte alla sua gente. E’ quella angoscia morale che Adam sente in ogni istante della sua vita, soprattutto quando si lascia andare ancoranei suoi numeri per divertire i pazienti della clinica. Schrader si scaglia contro quella sorta di universalizzazione della colpa e l'interiorizzazione di un castigo che anestetizzano la sofferenza e rimuovono il risentimento.
Schrader nel suo cinema sente che la colpa non è più destino ma è trasformata in un processo di interiorizzazione. Ancora una volta il suo cinema sembra rivoltarsi. È scomposto, deragliante, sconcertante: il deserto rimanda lo sguardo verso spazi interiori. Adam sceglie, quando si fa cane, di cancellarsi, di entrare pticamentera in una non-vita, nell'isolamento e nella solitudine morale, tra le ferite vive del cuore.
L’altro doloroso paradosso è di abbracciare una lucida follia, anche quando Adam sente forte la vicinanza con il cane/bambino. È in questo preciso istante che Schrader lascia che la carne non tradisca mai la materia fino in fondo. Adam resuscita la prima volta e poi una volta ancora: riunisce l’anima con il corpo destinato alla morte. Questa volta sembra compiere un passo avanti o forse indietro Schrader: il suo Adam non rappresenta pienamente la trascendenza come non esistenza, quanto meno l’immanenza come totale “rimanere in... sé, con sé”.
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