BERLINALE 59 - "Cheri", di Stephen Frears (Concorso)

Dal romanzo di Colette, il regista inglese gira il suo film in costume più vicino a Le relazioni pericolose che però non vira verso il dramma ma lascia emergere più una nostalgia del passato. Forse è più lineare di altre pellicole del regista ma c’è comunque una ricerca continua delle forme del piacere, anche un piacere perduto, che riporta all’ebbrezza del cinema di Ophuls

cheriPrende forma la Belle Epoque dentro Cheri tratto dal romanzo di Colette. Ciò non avviene tanto a livello di ricostruzione ambientale ma soprattutto per l’atmosfera frenetica che si respira e nel modo in cui prendono forma gli slanci passionali dei protagonisti che sembrano uscire dalla pagina scritta per assumere una consistenza e un’autonomia cinematografiche. Dei film in costume diretti dal regista inglese, sicuramente Cheri è più vicino a Le relazioni pericolose che a Mary Reilly e Lady Henderson presenta. E ciò è evidente non tanto per la presenza di Michelle Pfeiffer ma soprattutto per la fotografia di Darius Khondji che, come il film del 1988, privilegia tonalità come il bianco e i colori chiari.

Ambientato all’inizio del 20° secolo a Parigi, il film vede protagonista Léa (Pfeiffer), un ex-cortigiana che ora si è ritirata e non esercita più il mestiere. Una sua vecchia collega, Nadame Peloux (Kathy Bates) le chiede di occuparsi della formazione di suo figlio Chéri (Rupert Friend). Lei accetta, ma tra loro scatta una storia passionale che lascerà i segni su entrambi, soprattutto quando la madre gli ha organizzato il matrimonio con una ragazza di 19 anni.

A differenza di Le relazioni pericolose, Cheri non vira verso il dramma, anche se il modo in cui è filmata la separazione tra i due protagonisti potrebbe far pensare il contrario. In realtà si tratta di un film in cui emerge soprattutto la nostalgia verso il passato. Ciò è presente nel controcampo che mostra da una parte Chéri che fa sesso con la moglie e dall’altra l’immagine di Lèa stesa sul suo letto. La pellicola poi inizia con delle cartoline di Parigi della Belle Epoque e le foto di Léa giovane. Come avviene nel migliore cinema di Frears, gli stati d’animo dei personaggi non vengono spiegati ma solo accennati, poi sono loro stessi che sembrano vivere istantaneamente ciò che provano come avveniva in uno dei film più belli del regista inglese, Alta fedeltà. Tra Léa e Chéri, quando sono separati, c’è una corrispondenza continua. Non è una corrispondenza fatta di lettere, ma di pensieri incrociati, di desideri che cercano di essere rimossi a fatica ma che alla fine si ripresentano continuamente. I due personaggi vanno oltre il loro vacuo mondo di apparenze. Il loro volto nello specchio è solo una facciata. In realtà prevalgono gli sguardi nascosti, come quello tra i vetri della finestra della donna del finale che è uno dei momenti più emozionanti del film. Forse Cheri è meno complesso di altri film di Frears. Anzi, da proprio l’impressione di essere più lineare. Però c’è una ricerca continua delle forme del piacere, anche un piacere perduto, che riporta all’ebbrezza del cinema di Ophuls. Sicuramente Cheri è meno danzante. Ma le tracce di un godimento vissuto e poi smarrito ci sono tutte.  

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