BERLINALE 59 - "Barbe Bleue", di Catherine Breillat (Panorama)
Catherine Breillat rilegge la leggendaria figura di Barba Blu. Devastante. Ti sconvolge con un cinema che non sembra suo: incredibilmente prossimo a Manoel de Oliveira, grondante acerbo sentimento. Capolavoro archetipo che della fiaba raccoglie i suoi frammenti di cinema lasciati sparsi in passato: quadro perfetto che illumina l'opacità delle cose
Dal racconto del 1697 di Charles Perrault, all’interno della raccolta “Contes de ma mère l’Oye”, Catherine Breillat rilegge la leggendaria figura di Barba Blu. Due linee narrative parallele che si intersecano: la prima, quella dentro la fiaba, vede protagoniste due sorelle e quindi l’ultima moglie di Barba Blu, l’unica che quest’ultimo non riuscirà ad uccidere. La seconda linea ha come protagoniste sempre due piccole sorelline che s’immedesimo nel racconto, trovando in uno scantinato il libro e leggendolo fino in fondo. Nuova variante su una figura popolare che si rifà ad un personaggio realmente esistito, Gilles de Rais, compagno d’armi di Giovanna d’Arco e tristemente celebre come assassino di giovani ragazze, che aveva già ispirato un racconto a George Bataille.
Devastante Breillat. Se ti aspetti il suo cinema più viscerale, quello in cui ti sporchi di sangue, quello che scava a fondo nella percezione di un oggetto, di un angolo visivo, ti ritrovi invece sconvolto da un altro cinema: incredibilmente prossimo a Manoel de Oliveira, grondante di acerbo sentimento. Capolavoro archetipo che della fiaba raccoglie i suoi frammenti di cinema lasciati sparsi in passato: eterna ripetizione di quadri perfetti, frastagliati, a volte sovrapposti. Lavorando in video, l’anomala Breillat di Barbe Bleue trova il trucco che non rappresenta il normale per rappresentare il nulla, che non rappresenta il saggio sulla societa’, ma la poesia dell’uomo senza età. Sembra un’aliena, apparentemente lontana dalla realta’. Un racconto temibilmente semplice in cui pare manchi il prima e il dopo, c’e’ solo un lungo e attesissimo attimo. Breillat ci illude, perche’ ci fa vedere sempre e ancora: la sua e’ una puntigliosa messa in scena, un’ossessiva ricerca del punto dove piantare la macchina, del punto dove e’ impossibile non ricordare e della forza misteriosa delle cose che vorrebbero farsi ricordare come di quelle che si vogliono far desiderare e amare. C’è in questo cinema l’esperienza perfetta, il quadro stretto sul dettaglio di un volto che circola in una disarmata nudità capace di far trasparire l’opacità delle cose stesse.
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