BERLINALE 59 - "The Beast Stalker" di Dante Lam (Forum)

Una bambina rapita da un killer orbo, un poliziotto che gli dà disperatamente la caccia, la madre della bimba ricattata per costringerla a far sparire le prove in grado di incastrare un boss. Dante Lam costruisce il suo action drama sul tema del “last minute rescue” e sull’intreccio di destini e sofferenze. Un thriller in cui è la ritmica del dolore che determina la dinamica delle azioni

Se l’incrocio di corpi e destini potrebbe essere assunto come figura retorica dell’action drama hongkonghese, The Beast Stalker (”Ching yan”, 2008), il nuovo film di Dante Lam presentato al Forum della Berlinale 59, rappresenta un paradigma perfetto. Tre storie, tre drammi e sei personaggi si scontrano infatti letteralmente a un incrocio, intrecciando tre traiettorie di fuga differenti e facendo implodere l’azione in un groviglio di tensione, sofferenza, senso di colpa, bisogno di riscatto, dove il classico meccanismo del “last minute rescue” diviene l’occasione per sciogliere il nodo tra Buoni e Cattivi e rimettere ordine nelle coordinate della vita quotidiana.
Dante Lam dispone l’uno accanto all’altro un poliziotto spinto fino all’ultimo respiro nella lotta alla malavita, una testarda donna di legge che ha le prove per incastrare un boss in tribunale e un killer orbo e sofferente, che uccide per poter accudire la moglie che giace paralizzata nel suo nascondiglio. Le tre storie si intrecciano imprevedibilmente, perché il poliziotto per catturare il boss ha ucciso accidentalmente una delle due figlie del magistrato, mentre il killer rapisce per conto del boss l’altra figlia della donna, con l’intento di ricattarla e costringerla a consegnargli le prove in grado di incastrarlo davanti ai giudici. Al poliziotto non resta dunque che mettersi alla caccia del killer rapitore, sperando di giungere in tempo per salvare la bambina e risparmiare al magistrato la sottrazione delle preziose prove. In realtà ci troviamo in presenza di un dramma in cui l’azione non è che la conseguenza di un sistema in cui ogni personaggio dipende tragicamente dall’altro, in un intreccio di sofferenza ed emozioni che vede il poliziotto segnato dall’involontaria uccisione di una bambina, il killer costretto ad agire per cercare di salvare la moglie paralizzata e il magistrato tenere in equilibrio il proprio senso della legge e il suo istinto materno. Il finale ci rivelerà che questo scontro di sentimenti e interessi si basa su inaspettatamente su una fatalità che ha visto le varie figure in campo convergere al medesimo incrocio nel medesimo momento, causando uno di quei crossover che tanto piacciono al cinema del grande Johnnie To e che Dante Lam e soprattutto il suo sceneggiatore Jack Ng adottano molto bene. Ma quello che Dante Lam costruisce è un thriller in cui è la ritmica del dolore che determina la dinamica delle azioni, in una maniera che se ha radici nell’intero sistema del cinema di genere di Hong Kong, qui trova una performance estremamente lucida e funzionale.

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