BERLINALE 59 - "Happy Tears", di Mitchell Lichtenstein (Concorso)
Continua, dopo Denti, il sezionamento del corpo umano da parte del cinema del regista che tende a inglobare nell’immagine tutto ciò che inquadra per poi manipolarlo, esempio di un gioco essenzialmente appariscente che non trova mai un equilibrio tra la dimensione realistica e la sua deformazione. Rispetto all’esibizionismo di Parker Posey, Demi Moore è più trattenuta, così trattenuta da apparire quasi invisibile.
Non si può dire Mitchell Litchenstein abbia uno sguardo leggero. Dopo il controverso Denti, il regista statunitense (che in passato è stato anche attore di serie televisive come Miami Vice, Law & Order oltre ad essere stato interprete, tra gli altri, per Ang Lee ed Altman), continua la sua analitica ‘osservazione scientifica’ del corpo umano. Con Denti ciò era più evidente attraverso la presenza della vagina dentata. In Happy Tears mostra invece quello decadente di Rip Torn o seziona quello di Parker Posey con dettagli sulle gambe, sul volto, sulle scarpe. Jayne (Posey) e Laura (Demi Moore) sono due sorelle molto diverse tra loro. La prima è sposata a un mercante d’arte drogato di lavoro, l’altra è una madre impegnatissima di tre figli. Entrambe si ritroveranno insieme per occuparsi del padre (Torn) che non è più totalmente autosufficiente e ha bisogno del loro aiuto. Quello che doveva essere un film di intimità familiari sulla malattia si trasforma in un delirante gioco grottesco, che non trova mai un equilibrio tra la dimensione realistica e la sua deformazione. La macchina da presa di Lichtenstein vola alto, inquadra le nuvole, amplifica gesti, risate, rumori. Soprattutto si sofferma spesso sui dettagli, dei corpi e degli oggetti, come se da quell’immagine dovesse iniziare una manipolazione di quello che è inquadrato: il volto di un commesso di scarpe che si trasforma in una specie di uccellaccio, il marito di Jayne che nel corso di un evento rimpicciolisce sempre di più fino a sparire. Il regista non che non abbia scelto un registro preciso, ma sembra proprio che non lo voglia intenzionalmente scegliere. Fin qui tutti d’accordo. Ma il suo cinema ingloba tutto quello che c’è da inquadrare per poi manipolarlo a suo piacimento. Happy Tears ha quindi un’atmosfera da cinema indipendente e una presunzione da cinema d’autore. Un contrasto continuo, presente in tutto il film, in cui anche l’immagine più innocua e vera (la madre morente, il flashback delle due protagoniste bambine) tende a stridere col resto. Rispetto all’esibizionismo di Parker Posey, Demi Moore è più trattenuta, così trattenuta da apparire quasi invisibile. Resta il suo corpo come icona più che il suo personaggio.
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