BERLINALE 59 - "La Teta Asustada (The Milk of Sorrow)", di Claudia Llosa (Concorso)


Fausta è la prova vivente delle donne che hanno subito violenza nel periodo del terrorismo in Perù. Nell’opera seconda della giovanissima regista peruviana, strisciante è la tentazione di denuncia del passato.  Resta però la percezione di un "dettagliato massimalismo”, in cui lo sguardo si tiene "distante" a scalfire debolmente la fisicita' del disagio

la teta asustadaFausta soffre di una malattia, “il latte del dolore”, trasmessa dal latte materno. Non è una malattia provocata da un virus oche si trasmette per contagio, tocca unicamente quelle donne che hanno subito violenze sessuali all’epoca del terrorismo in Perù. Anni terribili, ormai lontani, ma Fausta ne rappresenta un simbolo vivente. La sua malattia è la paura di vivere e le ha rubato l’anima. Quando sua madre improvvisamente muore, è costretta ad affrontare da sola le sue paure. Più tardi si scopre anche il suo tremendo segreto: per tenere lontani i male intenzionati, ha utilizzato un metodo disumano, quello di inserire nella sua vagina una patata che col tempo ha provocato un’infezione. Alcuni eventi intorno a lei la costringeranno ad intraprendere un percorso per uscire dai suoi tormenti e trovare la libertà. Nell’opera seconda della trentaduenne regista peruviana (la prima è Madeinusa, del 2006 e fu presentata alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione New Cinema Network), strisciante è la tentazione di denuncia del passato oppressivo nel suo Paese: nel 2001 la Commissione della Verità e della Riconciliazione (CVR) ha reso noto che nel periodo dal 1980 al 2000 ci sono stati circa 70.000 morti per violenze e violazioni dei diritti dell’uomo. In entrambi i suoi lungometraggi l’interesse della regista è sempre proiettato comunque verso il mondo adolescenziale che si affaccia alla vita, incapace spesso di liberarsi dei propri freni culturali e sociali. Se nel primo film l’argomento era l’incesto, in La Teta Asustada il quadro narrativo è incentrato sull’incapacità di costruirsi una propria personalità, perchè troppo poveri, perchè femmine, perchè lontani dal mondo. Il cinema della regista peruviana sembra comunque interessato, al di là del contesto narrativo, alla rivelazione di eventi emblematici, attraverso fugaci sensazioni del corpo, movimenti di macchina lenti e impercettibli pronti a catturare il minimalismo quotidiano. Non manca certamente il desiderio di raccontare scorporandosi da ogni forma di sensazionalismo di maniera, ma quello stesso minimalismo cinico e a volte onirico, delle lunghe e spasmodiche sequenze, trasudanti arcaiche verita’, rischia troppo spesso di limitarsi ad essere, ancora una volta, per il cinema sudamericano amato in occidente, una parabola assai ben calibrata tanto da non lasciare l’illusione di aver viaggiato con le immagini. Le trovate sono interessanti: il corpo della madre da cui Fausta non riesce a staccarsi, il debole e lento tentativo di liberarsi della patata e la macchina che inquadra le piccole radici del tubero tagliate per cadere ai piedi della protagonista, il canto ripetuto di antiche nenie che Fausta dedica alla sua padrona per farsi pagare e poter compare la bara per la madre. Tutto potenzialmente materiale valido per il cinema, ma resta, in fondo, la percezione di un “dettagliato massimalismo”, in cui lo sguardo si tiene "distante" a scalfire debolmente la fisicita' del disagio.

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