BERLINALE 59 - "The Dust of Time", di Theo Angelopoulos (Fuori concorso)
Il film fa parte del secondo anello di una trilogia dedicata alla storia del popolo greco in cui si ha l’impressione che l’opera del maestro greco si alimenti essenzialmente con i residui del passato. Il suo simbolismo accerchia, non lascia respiro e ormai si ha proprio l’impressione che Angelopoulos, non si sa quanto involontariamente, faccia la parodia ad Angelopoulos
Prosegue il suo viaggio nel passato il cinema di Angelopoulos. The Dust of Time è il secondo anello di una trilogia sulla storia della Grecia inaugurata con La sorgente del fiume del 2004. In quel film gli eventi portati sullo schermo erano racchiusi tra la fine degli anni Dieci e la fine dei Quaranta. Questo film invece è caratterizzato da consistenti salti ed ellissi temporali che vanno dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi e attraversano 50 anni di un triangolo amoroso che coinvolge Spyros ed Eleni, i genitori del regista A. e Jacob, un tedesco di religione ebraica incontrato dalla donna quando era deportata in Siberia.
Il popolo greco è stato già al centro di un’altra trilogia nel cinema di Angelopoulos composta da I giorni del ’36, La recita e I cacciatori. Rispetto al passato però Dust of Time mostra come l’opera del maestro greco sia ormai sorpassata, fuori-tempo, composta dai residui nel passato: paesaggi nella nebbia, frammenti di attimi che sono solo una piccola particella di quell’eternità alla quale da tempo il regista vuole dare forma attraverso lunghissimi, interminabili e compiaciuti piani-sequenza. Le ‘ceneri dl tempo’ di Angelopoulos non sono lo stesse che hanno dato il titolo ad un folgorante film di Wong Kar-wai. Sono solo squarci di una Storia in cui ogni atto, ogni gesto (dalla corsa sotto la neve al locale ‘Der Blaue Engel’, dal ballo sotto la metropolitana, alla morte di Jacob nel fiume) vogliono esprimere chissà quali significati nascosti. Il suo è un simbolismo che accerchia, che non lascia respiro e parte proprio dalle immagini del regista A. (Willem Dafoe mai visto così spaesato) che decide di fare un film sulla storia dei propri genitori. La ricostruzione si intreccia sempre con la memoria. E lo spazio filmato non maschera, anzi esibisce la sua natura di ‘luogo scenico’ pur nella sua dispersione geografica (Cinecittà, Siberia, Stati Uniti, Berlino). Nel cast ci sono anche Michel Piccoli, Bruno Ganz e Irene Jacob. Tutti vittime, oltre Dafoe, di questo impietoso ’gioco al massacro’ dove il ‘maestro’ mette davanti a tutto se stesso e il proprio cinema, quello passato che alimenta il presente. Non è però un’operazione nostalgica. Anzi, si ha proprio l’impressione che ormai Angelopoulos, non si sa quanto involontariamente, faccia la parodia ad Angelopoulos.
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