BERLINALE 59 - "Deutschland '09", 13 cortometraggi sullo stato della Nazione (Fuori Concorso)
Un gruppo di registi tedeschi si è riunito dopo oltre 60 anni dalla seconda guerra mondiale, a 40 anni dalla rivolta giovanile degli anni sessanta, 30 anni dopo l’autunno tedesco del 1977, a 20 anni dalla caduta del muro, per comporre un mosaico della situazione sociale e politica della Repubblica Federale. Il corto più bello è decisamente quello di Tom Tykwer
Un gruppo di registi del cinema tedesco si è riunito dopo oltre 60 anni dalla seconda guerra mondiale, a 40 anni dalla rivolta giovanile degli anni sessanta, 30 anni dopo l’autunno tedesco del 1977, a 20 anni dalla caduta del muro, per comporre un mosaico della situazione sociale e politica della Repubblica Federale di oggi, dal loro punto di vista. Vi sono sia lavori di fiction che documentari. Sulla scia del lavoro a più mani Paris je t’aime del 2008, film collettivo che però non raggiunge gli stessi livelli qualitativi di quest’ultimo. Probabilmente la differenza la fanno gli stessi nomi da una parte e dall’altra. Se a dedicare una propria breve storia per la città francese si sono ritrovati registi del calibro di Gus Van sant, Olivier Assayas, Jean-Luc Godard, Richard LaGravenese, Wes Craven, tra la schiera degli autori tedeschi diventa impossibile mettere insieme una squadra di tale portata.
L’unico regista tedesco che ha partecipato sia al primo che al secondo progetto è stato Tom Tykwer che, guarda caso, ha realizzato il corto più interessante in Deutchland ’09. Il regista di Lola corre, Profumo – Storia di un assassino, The International (in concorso a Berlino), è sicuramente da considerare uno degli autori contemporanei più interessanti. Si muove, anche in questo cortometraggio, sul terreno del confronto tra corpo filmato, macchina filmante e posizione dello spettatore. Anche il cortometraggio in Paris je t’aime si potrebbe considerare tra i più belli: una storia d’amore tra un ragazzo non vedente e una giovane aspirante attrice (con Natalie Portman). Non una semplice storia d’amore, ma una storia di contatti e contrasti che squarciano e commuovono, senza la pesantezza intellettualistica del romanzo filmato.Chissà, probabilmente riesce ad esprimersi al meglio sul breve, perchè i suoi lungometraggi non sempre hanno convinto fino in fondo. Tykwer costruisce un mondo, che a volte pare un laboratorio asettico, “spiegazzato”: spazio sferico, finito, ma senza bordi e illimitato, così che ogni raggio luminoso, ogni cromatismo sembra produrre un “miraggio”.
Il suo cinema è “spiegazzato” anche quando attraversa echi di genere: il personaggio del corto è un uomo d’affari che gira il mondo e per lunghi periodi è lontano da casa. All’inizio di ogni viaggio sembra essere felice e spensierato, ma quando è costretto ad alloggiare nella stessa catena di alberghi, che si tratti di New York, Tokyo o i Paesi Arabi, quando è costretto a consumare il pranzo nella stessa catena internazionale, perde la calma, gli sembrerà di non aver fatto neanche un passo nella sua vita. Comincerà a muoversi con la frenesia di “Lola”, si farà soggetto/oggetto alterato, psicopatico lombrosiano, tenebroso alienato. Il suo corto è anche quello che avrebbe poco a che fare con il tema portante del progetto, perchè naturalmente sarebbe andato bene per qualsiasi paese altamente industrializzato. Tra gli altri corti, deludono decisamente importanti autori quali Fatih Akin (di La sposa turca, Ai confini del paradiso) e Wolfgang Becker (di Good Bye Lenin).
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