BERLINALE 59 - "The Pink Panther 2", di Harald Zwart (Fuori Concorso)
Dopo il primo deludente remake di Shawn Levy, il secondo episodio si dimostra in tutto e per tutto l'ennesima personalissima opera di Steve Martin – tra le ultime, sicuramente quella più vicina ai suoi esordi demenziali post-Saturday Night Live: Il film assume allora quel carattere pazzescamente surreale e quasi situazionista delle sortite migliori dell'attore. Di fatto, si tratta della sua performance più stupendamente fisica dai tempi di Ho sposato un fantasma.
Nonostante l'accoppiata Steve Martin/Shawn Levy della Scatenata Dozzina, il primo Pink Panther si era rivelato un deludente e freddo compitino qua e là anche efficace ma senza alcun reale sprazzo della genialità di un autore come Martin. Questa volta però, con Levy nel ruolo unicamente del produttore esecutivo (come per il Ritorno della Scatenata Dozzina), e il timone della regia passato in mano a quell'Harald Zwart a cui già dobbiamo il formidabile Un corpo da reato, il secondo episodio si dimostra in tutto e per tutto l'ennesima personalissima opera di Steve Martin – tra le ultime, sicuramente quella più vicina ai suoi esordi demenziali post-Saturday Night Live (il travestimento da ballerino latino viene dritto da I tre amigos di Landis). Seppure la maggiore importanza data al personaggio della segretaria-amante Nicole e al suo love affair mai dichiarato con Clouseau sia un chiaro segno delle fantastiche digressioni sentimentali (si pensi al bellissimo Pazzi a Beverly Hills) da sempre presenti nel cinema dell'attore (anche co-autore della sceneggiatura, come spesso accade nei suoi film). In questo modo, il Clouseau di Martin è in grado di distaccarsi finalmente e definitivamente dal prototipo della comicità di Edwards e Sellers (non è un caso infatti se l'unica sequenza che proprio non funziona è quella che maggiormente riprende il modello, sostituendo – e di fatto dunque disinnescandoli – gli agguati di karate dentro casa dello spietato maggiordomo Kato con quelli dei due figli del collega Jean Reno; mentre l'eredità dei micidiali qui pro quo verbali assume tutta un'altra efficacia col cambio di guardia nel ruolo di Dreyfus, che passa da Kevin Kline ad un superbo John Cleese). Il film assume allora quel carattere pazzescamente surreale e quasi situazionista delle sortite migliori di Martin (di fatto, si tratta della sua performance più stupendamente fisica dai tempi di Ho sposato un fantasma – dal quale Zwart recupera una solare Lily Tomlin) – basti per tutte la sequenza con le bottiglie di vino 'impazzite' che si staccano dal muro e prendono a volare per il ristorante, una gag assolutamente libera e di pura anarchia del set che salta letteralmente in aria come nei momenti migliori di Bowfinger. Dove i primi episodi della saga di Edwards giocavano con un continuo scassinamento delle traiettorie dei generi (il film 'brillante' ne La pantera rosa, il giallo nel capolavoro Uno sparo nel buio), Martin e Zwart preferiscono occuparsi di uno scassinamento/incasinamento dello sguardo – i cortocircuiti più vertiginosi ed astratti sono infatti quelli completamente visivi (come nelle sortite successive di Blake e Sellers – su tutti La pantera rosa sfida l'ispettore Clouseau), che chiamano in causa i ritrovati ultimi della 'tecnologia dell'immagine': dopo il folgorante sketch in cui Clo
useau si scaglia contro le videocamere a circuito chiuso nell'ufficio di Dreyfus, distruggendole, il film raggiunge il suo vertice teorico nella sequenza a casa di Jeremy Irons (solita abilità di Zwart coi cast in ruoli sorprendenti: ne Un corpo da reato Dillon, Lyv Tyler, John Goodman, Michael Douglas – qui anche Alfred Molina, Andy Garcia, Johnny Hallyday – fantastici), in cui i detective del Team internazionale cercano in tutti i modi di distrarre il padrone della villa dal guardare nel reticolo di schermi sul muro, che trasmettono le immagini del suo stratificato sistema di videosorveglianza, e su cui stanno andando in onda i ripetuti catastrofici tentativi di Clouseau di intrufolarsi nel palazzo come tante esilaranti sequenze da altrettante comiche mute. Una lettura di questo tipo del film non ci pare davvero così azzardata: l'incredibile scena dal balcone della stanza del Papa a Città del Vaticano, con Clouseau in abiti sacri scambiato dai fedeli raggruppati col cuore in gola in piazza per il Pontefice, che capitombola sporgendosi troppo e finisce appeso ad un drappo che va piano piano strappandosi, potrebbe in effetti anche essere un primo tentativo della macchina-Cinema di assimilare ed esorcizzare quel punto di non ritorno della società post-televisiva che fu la video-veglia al confine tra diretta e differita 'in morte' di Papa Giovanni Paolo II, con i credenti accorsi a testimoniare la dipartita di una delle immagini più forti e consapevoli del secolo scorso.
Trailer originale (in inglese):
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