SPECIALE "TWO LOVERS" - James Gray: io (e) Joaquin Phoenix
Dall’esordio in The Yards, alla telefonate notturne. Sei anni dopo, l’esperienza gratificante e complessa de I padroni della notte. Fino ad oggi, con l’ultima toccante interpretazione in Two Lovers. James Gray (non) dice addio a Joaquin Phoenix a suo modo... Dalle pagine di Moviemaker dell’inverno 2009
di James GrayJoaquin Phoenix ha recentemente annunciato il suo ritiro e nonostante il mio profondo disappunto, non posso dire di esserne sorpreso. L’aggettivo più adatto a Joaquin è volubile, per cui esiste la possibilità che cambi idea (egoisticamente spero che lo faccia). La sua decisione però, è coerente con quello che lui è, e sempre sarà.
A Joaquin importa solo il lavoro e nello specifico, del processo di sviluppo – mai del prodotto finale (non guarda nemmeno i film in cui recita). Ha dato tutto se stesso alla recitazione. Forse non ha più niente da dare. Ora so quanto è difficile trovare una persona vera come lui, oltre che per una volta sono stato semplicemente fortunato.
Ho incontrato Joaquin per la prima volta nel 1997, a New York, in una fredda serata d’inverno. Una serata terribile, alla fine di una giornata terribile, e di un’intera settimana terribile, nel mio tentativo di mettere insieme il cast del mio film The Yards. Avevo incontrato qualcosa come 100 attori e molti di loro sembravano avere talento ed entusiasmo, ma quello che a tutti mancava – a mio personale parere – era una determinata qualità in base alla quale i migliori si distinguono dalla massa: l’abilità di comunicare una complessa vita interiore.
La macchina da presa non mente o per lo meno così dicono alcuni (nonostante altri abbiano detto che mente costantemente, nonostante entrambi i pareri siano corretti), ma quello che fa più di tutto è ingigantire. Se stai pensando, sul grande schermo puoi pensare a un mondo intero in un attimo, senza che tu debba dire una parola. Se non t’importa nulla di quello che stai facendo, si vedrà chiaramente, molto più chiaramente di quanto si possa fare normalmente. È una realtà più intensa, ma necessariamente più intima, e se sei in guerra con te stesso, il mezzo tenderà a gratificarti. Dopo pochi attimi dall’inizio della nostra conversazione, mi è stato immediatamente chiaro che Joaquin era questa e molte altre cose allo stesso tempo. Era in conflitto con sé stesso, brillante e desideroso di fare. Qualcos’altro emergeva in maniera più che evidente: Joaquin era in pericolo. Non avevo paura di lui, ma temevo quello che avrebbe potuto fare – principalmente a se stesso. Dovevo lavorare con lui il prima possibile.
Guardando indietro e ricordando la nostra prima collaborazione, non sono sicuro di poter dire che si fosse trattato di una reale collaborazione. Mi pare di ricordare un bel po’ di tormento, paura, urla. Ricordo però anche di essere rimasto piuttosto sconvolto dalla profondità emotiva di quel 24enne. Adoravo la sua
imprevedibilità selvaggia; sembrava pronto a esplodere ogni minuto.
imprevedibilità selvaggia; sembrava pronto a esplodere ogni minuto.Era severo con se stesso – un vero perfezionista – anche se il più delle volte la sua rabbia era rivolta contro di me. Non m’importava. Avevamo una cosa in comune: la totale dedizione al lavoro. Avremmo fallito senza dubbio, ce lo siamo ripetuti milioni di volte, ma almeno avremmo fallito dando tutto il possibile. Era inesperto e indisciplinato. Bisognava girare una scena numerose volte e ed era necessario seguirlo da vicino. Ed è quello che ho fatto.
Ora The Yards sembra come la prima ripresa di un incontro di boxe nel quale nessuno dei pugili è pronto per combattere. Entrambi si muovono sul ring al suono della campana, studiandosi a vicenda, in attesa che la vera battaglia abbia inizio. Quali sono i punti di forza del mio avversario? Quali i punti deboli? Quale asso nella manica tirerà fuori all’ultimo momento?
Passarono 6 anni prima di lavorare ancora insieme, seppure ci vedessimo di frequente e ci telefonavamo, generalmente a notte fonda: “Hai visto quel film? Proprio una merda!” - e la telefonata sarebbe durata ancora ore.
Venni anche a sapere che Joaquin aveva ammiratori sparsi. Quando Johnny Cash mi disse che era in grado di citare le battute di “quel tipo, Phoenix” a suo piacimento, decisi di farli incontrare per cena. Quella che seguì fu, ovviamente, una cena memorabile. Ho visto la sua arte fare un salto di qualità in Walk the line – Quando l’amore brucia l’anima e devo confessare che sono stato un po’ geloso di Jim Mangold, il regista di quel film. Sapevo che nel mio film successivo ci sarebbe stato “quel tipo, Joaquin”.
Il nostro secondo film insieme, I padroni della notte, è stato diverso. Non posso parlare per Joaquin (per quanto solo Dio sappia quante volte ci abbia provato, fallendo puntualmente), ma per me si è trattata di un’esperienza più complessa e gratificante. Era maturato ed cresciuto lontano da me. Era come se fosse ormai consapevole delle sue armi e stesse decidendo come impiegarle al meglio. Rifletteva molto a lungo su ogni scena, ripercorrendola a mente, studiava le battute fino a consumare il copione, rendendolo illeggibile. Lavoravamo giorno e notte, provando le battute e discutendone insieme. A volte arrivavamo a litigare aspramente – spesso per colpa mia! Non sono una persona diplomatica – ma a mia (debole) difesa, posso dire che ci sono stati momenti in cui non riuscivo a capire a chi mi stavo rivolgendo. Parlavo al personaggio o all’attore?
In quella situazione ci andò giù sul pesante. “Vuoi che veda mio padre morto per strada? Ti avviso, che potrei vomitare per davvero.” (E lo fece) “Vuoi che io sia terrorizzato da quell’uomo? Avanti, fammi colpire in piena faccia.” (E si fece colpire e fu un bene). “Vuoi che ingoi quel fumo? Infilamelo giù per la gola.” (Inalò con gusto).
La troupe osservava il suo impegno, che superava ogni aspettativa, in stato di adorazione. Sapevamo che non impegnarsi al massimo sarebbe stato come tradirlo. Non c’è cifra che possa pagare un attore per una cosa del genere, che rende il processo di motivazione del cast e di tutta la troupe un gioco da ragazzi. Grazie, Joaquin.

Ho scritto Two Lovers con la consapevolezza che se Joaquin non avesse voluto interpretarlo, non lo avrei mai girato. Quel ruolo è stato creato appositamente per lui: un’anima tormentata, in lotta, persa, sola e alla fine, meravigliosa ed emotivamente coinvolgente. Chi altro avrebbe potuto? Chi altro avrebbe voluto farlo?
Fortunatamente per me ha accettato e le riprese sono state le più riuscite tra le tre. Abbiamo messo giù un canovaccio, ma il più delle volte lui se ne distaccava – ed era completamente autonomo. Il risultato è un’opera che ai miei occhi sembra misteriosamente avere qualcosa di un Montgomery Clift dei giorni migliori.
Che Dio mi perdoni, ma per me è difficile accettare questo ritiro. Ho bisogno dei momenti di autentico accoramento, di emozione senza filtri, di umanità poetica di Joaquin. Lui condivide con me la passione per l’esplorazione dei momenti malinconici dell’esistenza, la triste consapevolezza dell’ingovernabile avanzare del tempo; mi supera di gran lunga in quanto a intelletto emotivo, sempre pronto a riconoscere la tenerezza genuina e a rifiutare tutto ciò che è artificiale. Ha scelto una verità elegante e superiore.
Alla fine di Two Lovers, Joaquin sembrava allo stesso tempo esausto e annoiato. Aveva già lasciato indietro molti di noi già tanto tempo fa.
Forse è per questo che ha deciso di smettere di recitare: quando puoi fare tutto da solo e il tuo genio ha superato di gran lunga la mediocrità della massa, perché preoccuparsi?
“Two Lovers Director James Gray Says Goodbye to Joaquin Phoenix”, di James Gray, da Moviemaker, inverno 2009
Traduzione a cura di Giovanna Canta
Moviemaker è il magazine trimestrale dedicato alla cinematografia indipendente, più letto al mondo. Nato nel 1993 come piccola pubblicazione regionale nella zona a nord-est del Pacifico, può vantare oggi circa 160.000 lettori, oltre a un sito web che fa registrare i 12 milioni e mezzo di visitatori l'anno. Tra gli argomenti della rivista figurano le tecniche, i trend, e le tecnologie del “fare cinema” per gli esperti del settore, senza dimenticare quanti si interessano alla cinematografia per pura passione. Non mancano infatti interviste ad attori, registi, produttori e sceneggiatori, per non parlare delle stimolanti discussioni che ruotano attorno al cinema classico e contemporaneo, indipendente e non.
Sono presenti 1 commenti
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Sembra morto, sembra che non sia più tornato su dal fiume all'inizio di Two Lovers. Sembra quello che John Landis faceva con John Belushi. Possibile che Joaquin fosse (o sia, ancora) un corpo/attore con una fisicità interiore che implodesse nella sensazione di vedere un personaggio (e non un attore) al lavoro.
Inviato da Stefano Casari il 11/04/2009
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