SAN SEBASTIAN 54 - "Half Moon", l'arte e la morte nell'Iran contemporaneo. Incontro con Bahman Ghobadi
Il regista del "Tempo dei cavalli ubriachi", torna al festival basco dopo aver vinto due anni fa con "Turtles Can Fly". La storia di un musicista che cerca di raggiungere l'Iraq curdo per suonare la sua musica diviene lo spaccato di un mondo in cui "un artista non può esprimersi liberamente ed aprire il suo cuore al pubblico"

di Francesca Bea e Andrea Di Piramo
SAN SEBASTIAN - Dopo il Tempo dei cavalli ubriachi e Turtles Can Fly, illustre rifiuto alla Mostra di Venezia e vincitore della Concha d'Oro nell 2004, Bahman Ghobadi torna a San Sebastian per parlare ancora del suo popolo, i curdi, con Half Moon ("Niwemang", nel titolo originale), un film rarefatto e spettrale, di una bellezza disperata ed ormai matura, dove il regista abbandona il realismo tragico delle prime opere, scegliendo la forma del realismo magico per riflettere sulla figura dell'artista. Mamo, il protagonista della pellicola interpretato da Ismail Ghaffari, tenta di compiere il viaggio che Mastorna non è mai riuscito ad intraprendere, in un film dove sono i morti a parlare ai vivi, nella speranza che i vivi non si lascino e non li lascino morire. La mezza luna del titolo si ripete in una doppia immagine, speculare ed oscura, andando a fondersi in una nuova forma che contiene allo stesso tempo inizio e fine. Nella fase iniziale della pellicola, Mamo, dalla sua fossa, volge lo sguardo verso un cielo lucente, verso la metá della luna ancora viva ritagliata in esso; al termine del suo viaggio l'unitá inizialmente dimezzata viene ricomposta nell'immagine oscura dell'altra metá della luna, che si nasconde dietro il volto bellissimo ed enigmatico di una donna, essere sospeso oltre il naturale che recide i legami con la vita, oscurando definitavemente lo schermo. Il protagonista è un corpo-fantasma che attraversa lo Stige accompagnato da un Caronte che indossa una maschera comica, un corpo che reclama ancora vita per la propria arte. Mamo è il musicista iraniano che ha aspettato 35 anni per potersi esibire liberamente nell'Iraq curdo e per riunirsi con i suoi figli musicisti, che incarnano tutti i figli curdi, e con la donna che dà voce celestiale alla sua musica, anch'essa immagine che racchiude tutte le donne. Ma Mamo è in realtá solo un morto che spera vanamente di essere ancora in vita, come morta nell'odierno Iran è la libertà di poter esprimere la propria arte.

Nato in seno al Crowned Hope Festival, fondato per celebrare il duecenticinquantesimo anniversario della nascita di Mozart, che Ghobadi omaggia e rilegge attraverso l'immagine del protagonista, Half Moon è ancora una volta un film di frontiera. Una frontiera intesa come luogo fisico che letteralmente "impedisce", come paese inesistente ed itinerante del popolo curdo, come luogo spirituale dove l'essere rimane sospeso sulla soglia della vita, aggrappato alla sua speranza d'immortalitá. Il viaggio attraverso la frontiera è anche viaggio attraverso il tempo, che si dilata, si ferma, si contrae bruscamente e si ripete, per andare infine ad anullarsi e ad eternizzarsi allo stesso momento, quando la mano di un figlio, e con lui la mano di tutto un popolo, si allunga ed afferra gli spartiti del padre. Il viaggio è anche fuga in circolo, un percorso dove si continua a girare su se stessi, dove si attraversano luoghi diversi come le stagioni, eppure sempre uguali; la montagna dove vivono segregate le 1334 donne, che un tempo avevano osato prestare la loro voce alla musica, esiste in ogni casa iraniana pur non essendo in nessun luogo. Half Moon è un film di spazi aperti ed immensi, che convergono nell'immagine finale del vuoto, una pellicola cosparsa di visioni-simbolo che si susseguono l'un l'altra andando a comporre una danza mistica e macabra, dove l'artista senza piú voce tenta ancora di parlare al suo popolo e del suo popolo. Ci auguriamo che al (super)mercato di Roma sia rimasto un po' di spazio anche per opere come questa.
Come è nato Half Moon?
Il film è nato da una richiesta del Ministero della Cultura austriaco, che ha proposto ad una serie di registi di girare un'opera per celebrare l'anniversario della nascita di Mozart. Con il personaggio di Mamo ho voluto mostrare un parallelo tra la vita di questo musicista curdo, la sua musica e Mozart. Tutti i personaggi del film, in qualche modo, sono rubati dalla realtà. In Kurdistan è pieno di musicisti che viaggiano come quelli che ho ritratto nel film. I personaggi non sono quindi completamente inventati, ho attinto dalla realtá per raccontare una storia che la trascendesse.

L'immagine della donna è molto presente in questo film.
La donna incarna l'angelo della vita, ma anche l'angelo della morte, ma il film è anche una riflessione sulle condizioni delle donne nel mio paese. Nel villaggio dove vivono le 1334 artiste c'è la mia visione della condizione della donna in Iran. Infatti le donne non possono essere viste o ascoltate in pubblico e soprattutto non possono assolutamente fare le cantanti soliste. Sono in qualche modo abbandonate e isolate proprio come le donne del villaggio del film.
Perchè la morte è una presenza che attraversa tutto il film?
Il film inizia e finisce con una morte attraverso la quale ho cercato di descrivere le condizioni di vita per l'arte nell'Iran contemporaneo, che sono molto simili alla morte. In Iran un artista non può esprimersi liberamente ed aprire il suo cuore al pubblico. Il film non contiene nulla di positivo, perchè non c'è nulla di positivo per un artista in questa parte del mondo. Ad esempio il mio film in Iran è vietato e io vivo questa situazione come se avessi un figlio appena dato alla luce al quale viene impedito di crescere: considero questo impedimento come una vera e propria morte.
Che cosa rappresentano i figli di Mamo?
Nel film ho cercato di mostrare quali sono le cose che siamo in grado di lasciare alle generazioni future. Ad esempio Mamo conserva per 35 anni tutte le sue canzoni, sperando un giorno di poterle cantare e anche se ad un certo punto del film sembra siano andate perdute, alla fine ho voluto inserire un elemento di speranza, quando il figlio trova gli spartiti e cerca di suonare quelle canzoni. La mia speranza è che la mia generazione o quella futura possa continuare in questo lavoro di trasmissione. La nostra musica non è qualcosa che si può registrare e mettere in un cd o su un computer, è qualcosa che viene dal profondo della nostra cultura, della nostra anima e del nostro cuore.
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