“Parla con lei” di Pedro Almodovar

Il cinema di Almodovar sembra sempre sul punto di esplodere per come tocca direttamente, per come costringe i sensi a entrare in gioco. Un cinema sempre più indefinibile per come è diventato consapevole, sfuggente per come è riconoscibile.

La parola come forma di sopravvivenza. Se in Truffaut, con “Fahrenheit 451” questa necessità veniva esplicitata nella pagina scritta, in “Parla con lei” si manifesta direttamente, attraverso monologhi verbali unidirezionali. La parola non diventa così solo uno strumento di comunicazione ma, come spesso avviene in Almodovar, quasi la manifestazione fisica di una confessione, quasi la struggente ricerca di una complicità, quasi il bisogno di un monologo, di un abbandono per potersi sentire ascoltati. In questo senso, dentro “Parla con lei” (il titolo si riferisce alla ricerca di una comunicazione tra l’infermiere Benigno nei confronti di Alicia, una studentessa di danza in coma da 4 anni) c’è un’emanazione continua di calore, una forza vitale quasi distruttiva per la forza con cui si propaga, una disperazione struggente, tutti elementi che caricano sempre inquadrature così troppo dense, piene di dettagli, colori, umanità che (si) sprigionano e faticano quasi a restare intrappolati all’interno del campo visivo. Ma “Parla con lei” prosegue anche sulla linea di quei mélo sempre sospesi tra amore e morte - tema spesso presente nella cinematografia del cineasta spagnolo resi già evidenti con “Che ho fatto io per meritare questo?” e “Matador” – in cui gli attori ormai sembrano davvero convivere nei corpi di personaggi che, da “Il fiore del mio segreto” a “Tutto su mia madre” sembrano caricare l’atmosfera del proprio bisogno d’amore e, al tempo stesso, del proprio dolore. In un certo senso, nel parallelismo delle vicende di Benigno e di Alicia e di Marco, uno scrittore e di Lydia (una torera caduta in coma in seguito a un grave incidente durante una corrida), Almodovar mette contemporaneamente in gioco la seduzione, il tradimento, l’ossessione, il voyeurismo, tutti meccanismi mostrati in maniera sublime nella loro imperfezione. Tutto ciò avviene ancora una volta in una linea sempre sospesa tra la verità e il gioco della rappresentazione, come era già avvenuto con il filmato di carattere scientifico sui trapianti ne “Il fiore del mio segreto” e con gli espliciti rimandi a “Eva contro Eva” di Mankiewicz e “Un tram che si chiama desiderio” di Williams in “Tutto su mia madre”. In effetti anche in “Parla con lei” un sipario che si alza apre il film e lascia penetrare dentro un universo umano così forte che fa trasparire la propria inadeguatezza a restare intrappolato dentro l’arte, lo spettacolo. In Almodovar le diverse forme d’arte come la danza (il balletto di Pina Bausch che apre e chiude l’opera), la musica (la canzone di Caetano Veloso), il cinema (un film “ricreato” dal titolo “L’amante calante” ricreato su un bianco e nero fantastico/horror che richiama forse il cinema surrealista all’epoca del muto) diventano espressione collettiva atta a costruire, quasi in senso wagneriano, un’opera d’arte totale, capace di contenere dentro di sé le forme della rappresentazione e, insieme, quelle della vita. C’è un voyeurismo hitchcockiano nei continui sguardi di Benigno dal proprio appartamento ai vetri della scuola di danza che si trova di fronte al proprio palazzo da cui l’uomo può osservare Alicia. C’è anche quella forza melodrammatica così accesa, così vistosa di Douglas Sirk e di Rainer Werner Fassbinder nel materializzare la progressiva distruzione mentale e fisica per amore (Benigno paga con la propria vita – il carcere e il suicidio – dopo aver ridato la vita ad Alicia), c’è quel continuo senso di premonizione che sembra già anticipare gli eventi prima di mostrarli, come la splendida sequenza dei momenti che precedono la corrida (e la corrida stessa) in cui Lydia resta gravemente ferita. Il cinema di Almodovar sembra così sempre sul punto di esplodere per come tocca direttamente, per come costringe i sensi a entrare in gioco. Un cinema sempre più indefinibile per come è diventato consapevole, sfuggente per come è riconoscibile. “Parla con lei” è un altro capolavoro ancora troppo vero, che tocca ancora troppo da vicino, che materializza emozioni che sembrano instaurare quasi quel rapporto teatrale del “feed-back” (gli attori che, sul palcoscenico, possono decidere di cambiare, anche se in maniera impercettibile, la loro interpretazione sulla scena in base alla reazione del pubbico) perché vissute – e lasciate vivere – senza nessun filtro. Né di costruzione drammaturgica, né di scrittura.Titolo originale: Hable con ella
Regia: Pedro Almodovar
Sceneggiatura: Pedro Almodovar
Fotografia: Javier Aguirresarobe
Montaggio: José Salcedo
Musica: Alberto Iglesias
Scenografia: Antxon Gomez
Costumi: Sonia Grande
Interpreti: Javier Cámara (Benigno), Dario Grandinetti (Marco), Rosario Flores (Lydia), Leonor Watling (Alicia), Geraldine Chaplin (Katerina Bilova), Mariola Fuentes (infermiera), Fele Martinez (Alfredo), Paz Vega (Amparo), Elena Anaya (Angela), Adolfo Fernandez (El Niño)
Produzione: Agustin Almodovar per El Deseo
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 112’
Origine: Spagna, 2002
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