SPECIALE - Spider-Man 3: Gwen Stacy: le parole che non vi ho mai detto
Ritrovato nel cestino dell'immondizia di classe il diario di Gwen Stacy. Copertina di raso blu e segnalibro a forma di cuore. Tra le pagine più significative quella datata 1 maggio 2007. L'inchiostro di un azzurro brillante disegna con rassegnata regolarità il profilo di una malinconica confessione, breve cronaca di una dolorosa sconfitta

New York, 1 maggio 2007
Caro diario,
credevo davvero che Peter fosse diverso. Con le lacrime agli occhi devo ammettere di essermi sbagliata. Eppure in classe mi sorrideva, con quegli occhi sinceri, timidi. Mi faceva sentire meno sola e meno inutile. Certo, non sono come Mary Jane. Non sono brava con i numeri, non so cantare, né recitare. Prigioniera della mia bellezza ho imparato ad essere sempre perfetta. Mai una sbavatura, splendida davanti all'obiettivo, primo piano, sguardo ammaliatore. Figlia del capo della polizia di New York, a me l'onore di consegnare a Spider-Man le chiavi della città. Mi ha salvato la vita e di questo gli sarò eternamente grata. Beh, quel bacio davanti a tutta quella gente faceva parte dello spettacolo. Era quello che tutti volevano. Li sentivo urlare tutti insieme, sentivo di doverlo fare. Perché no? Una bella foto da inserire nel mio portfolio e uno spettacolo che pochi dimenticheranno. Mi sentivo elettrizzata all'idea di incontrarlo da così vicino. Per un attimo ero lì anch'io, per poi scomparire di nuovo, dietro l'ombra di un'altra donna.
Chi sono forse nessuno se l'è chiesto mai. Gwen Stacy, capelli biondi, occhi azzurri. Esco di scena ancor prima di entrare. Solo un'arma con cui ferire, una parte dello show di cui solo Peter è il vero protagonista, lanciato a tutta velocità con l'intento di centrare l'obiettivo, cieco nell'ultimo fatale attacco. Usata per fare invidia, tradita per vendetta. Ed ora sento dentro di me il peso di tutto questo dolore. Lo grido con tutta me stessa, ma riesco solo a bisbigliare un patetico "Mi dispiace". Cocente delusione che mi inghiottisce. L'ultimo sguardo prima di partire. Poi vado via senza fare rumore.
Rimango in disparte. Ripenso al passato e mi chiedo il perché. Perché nessuno si sia spinto al di là di quelle parole che non ho mai potuto pronunciare. Ero lì, senza difese, né falsi desideri. Quel che ero sono ancora. Niente da nascondere, solo un'ingenua voglia di essere me stessa. Semplice e trasparente. Ho visto quella mano tendersi verso di me e l'ho afferrata, fiduciosa. Poi sono caduta, ma questa volta nessuno potrà salvarmi. Tante cose avrei voluto dire. Alcune più semplici, altre più complicate. Le affido a queste poche righe, con la speranza che esista ancora qualcuno disposto ad ascoltare.
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