UN-FUNNY GAMES. Haneke...a pezzi
Il cinema di Haneke continua a essere una prigione dello sguardo dentro cui non ci piace stare. Programmatico atto di odio nei confronti dello spettatore, stracolmo di un nichilismo intellettualistico che irrita fotogramma dopo fotogramma e che qui trova terreno fertile in un’operazione concettuale fuori tempo massimo, lontana parente dall’anarchismo vansantiano di Psycho ’98
Ce lo aspettavamo. Poco altro da dire. Il vero evento è forse il battage pubblicitario in stile Arancia Meccanica, sulle note di In the Hall of the Mountain King, che riprende l’acceso cromatismo rosso dei titoli di testa kubrickiani come un’esplosione pop da locandina capitalista anni ’60. Il film è lì. Il remake è lì. Finito. Non ci serve Haneke. Poco ma sicuro.
Ed è certamente facoltativo vedere o giudicare Funny Games U.S., come era facoltativo vedere e, probabilmente, giudicare l’originale. “Se il film funziona, la gente dopo mezz’ora ha tutto il diritto di abbandonare la sala. Chi rimane finisce con l’essere un collaborazionista!” ha sempre detto Haneke. Noi siamo sollevati e possiamo dormire tranquilli, perché dopo mezz’ora ce ne siamo andati. Il cinema di Haneke nella sua spocchia autoriale, da maestro europeo che approda in America a fare film senza rinunciare a un solo fotogramma della sua arte made in Austria, non prevede alcuna umiltà teorica o anche autorialmente metamorfica (forse perché un autore, secondo lui, non deve cambiare mai). Il mio Funny games era perfetto così. Punto. E voi ri-vedetevelo un’altra volta, colpevoli che non siete altro. Punto e a capo. Forse per
sempre. Almeno stavolta. Difficile ricollegarsi al Van Sant di Psycho ‘98, per quanto le due operazioni possano sembrare indiscutibilmente simili. Nel film del cineasta americano c’era infatti l’amore/odio di un atto anarchico che andava a intaccare il classico (!) come revisione warholiana di un tempo perduto, esecuzione di una partitura “condannata” a un filtro mercificato. Dieci anni fa Van Sant faceva politica del guardare, mettendo in gioco se stesso e rischiando tutta la sua credibilità di autore (per recuperare la quale, non a caso, si trovò a dover ripartire dal grado zero della narrazione con il monumentale Gerry) cercando di omaggiare e allo stesso tempo distruggere il prototipo di Alfred Hitchcock con uno strano oggetto filmico extraterrestre, tra il film-saggio e la canagliata postmoderna.
Di tale ambiguità è del tutto privo il remake del film di Haneke fatto da Haneke. Operazione senza dubbio coerente al percorso filmografico del regista austriaco, quello, cioè, di un cinema che continua a essere una prigione dello sguardo dentro cui non ci piace stare. Programmatico atto di odio nei confronti dello
spettatore, stracolmo di un nichilismo intellettualistico che irrita fotogramma dopo fotogramma e che qui trova terreno fertile in un’operazione concettuale fuori tempo massimo, che arriva sugli schermi dopo un decennio di remake-copia inaugurato appunto da Van sant e che ha visto nell'Horror nippo-americano il settore di più ampia diffusione e sperimentazione (con esiti artistico peraltro spesso discutibili). Difficile mettere in discussione che Funny Games sia il film più importante e “di cassetta” di Haneke, forse anche quello più riuscito nella sua progettualità disturbante e sadica. Certamente massacra ogni forma di desiderio possibile all'insegna di una pornografia estetica e di una freddezza empatica che sono figlie di un cinema ostinatamente cerebrale, perfettamente consapevole dei suoi tranelli. Guardandolo si ha come l’impressione che il cinema per Haneke sia un’arte immeritevole di farci innamorare o di rappresentare il nostro dolore con l’umiltà dei comuni mortali. Ed è qui che mettiamo il punto, aumentando le distanze. Da Haneke e il suo film ci allontaniamo con stile, senza voltarci un secondo. Riavvolgendo il nastro sarà la stessa cosa. Poco ma sicuro.
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