ROTTERDAM 38 - "Next attraction" di Raya Martin
Un making-of sul set di un cortometraggio, che non documenta tanto la lavorazione di un film, quanto l’entropia (già diversamente al centro del suo precedente Now Showing), la dispersione di calore e di energia al centro di qualunque attività. E che trova nel set cinematografico il luogo della sua più esemplare e sintomatica concentrazione.
Dopo il fragilissimo e monumentale Now Showing, più di quattro ore di finti filmini famigliari su una ragazza che scopre il proprio passato, il proprio presente e il proprio futuro tutti immersi in una stessa incertezza “fisiologica”, Raya Martin prosegue con Next Attraction quella che sarà una trilogia concludentesi, ovviamente, con Coming Soon. Stavolta non ci sono filmini amatoriali, ma una specie di making of; il collettivo lavoro sul set di un cortometraggio, che vedremo scorrere in coda, su di un giovane in rotta con la madre per via delle sue prime esperienze omosessuali. Gente che si sposta, parla, si ferma, guarda, incrocia altri… Martin lascia a una serie di lunghe inquadrature soprattutto fisse il compito di registrare ciò di cui ogni set è fatto: l’entropia. La dispersione disordinata dei corpi, delle azioni, dei movimenti, delle parole, e non da ultimo dei rumori, i quali confluiscono tutti in un medesimo confuso calderone sonoro (tutti livelli di dispersione già prodigiosamente al centro di Now Showing), ha ora un confine preciso: il set. Cioè quel luogo deputato alla produzione di quel film che, mentre lo guarderemo prima dei titoli di coda, non potrà non sembrare ai nostri occhi a propria volta un luogo, anziché un film: uno spazio muto (ci sono solo rumori di pioggia e traffico fuori sincrono che lo accompagnano) in cui si agitano e si dibattono “quarti di luce” che possiamo, più che seguire, provare a contemplare inermi. Non possiamo più, dopo aver visto che cosa è il set (cioè innanzitutto dispersione di energia, di calore), vedere il “prodotto finale” come un film, con le sue storie e i suoi personaggi; piuttosto come un po’ di quel calore disperso e trattenuto sulla pellicola mentre continua a disperdersi. La chiameremmo pedagogia della visione, ma stavolta è davvero molto forte la tentazione di chiamarla, ancora più banalmente, la realtà. La dispersione ha ora un confine preciso: il set. E non può essere che un confine beffardo, illusorio: che confine può avere la dispersione di calore? E perciò questo confine viene tranquillamente oltrepassato: le persone sul set, qua e là, vengono seguite anche quando se ne vanno via, rientrano a casa…La dispersione ha ora un confine preciso: il set. E perciò Martin, con una intuizione davvero geniale, capisce che la dispersione deve avere un “fuoco”, un impossibile centro geometrico che dia l’impressione di organizzare visivamente questa dissoluzione di ogni possibile organizzazione: molte sue inquadrature, proprio per questo, vedono la presenza al loro interno, immobile, di una macchina da presa,di un apparecchio per le luci, di qualche strumento di scena che, fisso, sembra guardare tutto ciò che si agita intorno anche quando è spento. E, per la medesima ragione, quella pedagogia della visione che sarebbe Now Showing ci insegna che è la realtà stessa a darsi, quale prima e più radicale impressione che abbiamo di essa, come qualcosa che sembra agitarsi e disperdersi come fosse davanti a una macchina da presa che non c’è e non si vede.
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