CANNES 62 - "Up", di Pete Docter (Fuori concorso)
Le costanti del cinema d’animazione sottoposte ad una rielaborazione ad altissimo valore emozionale. Up sembra gia’ compiere un’evoluzione sulla strada del 3D, scegliendo una messa in scena discreta e giocata sulla profondita’. Come a cercare la chiave del cinema non necessariamente fuori ma, piuttosto, dentro
Risate, applausi e persino qualche lacrima. Cosi’ il pubblico di Cannes, in sala per la primissima proiezione del festival, ha accolto Up, seconda prova da regista (dopo Monsters & co.) di Pete Docter (autore del soggetto di Wall-e e Toy story). Se e’ vero che la coppia “in alto-in basso” rappresenta uno degli schemi cognitivi piu’ basici e universali, anche questa volta la Pixar ha tagliato un traguardo : aprire il festival piu’ prestigioso del mondo con un film d’animazione, proiettato in 3D, partendo dalle radici e da quanto di piu’ immediato esiste nell’esperienza umana (come gia’ avveniva del resto in Wall-e). Carl Fredricksen sogna l’avventura, e incontra da bambino la donna che amera’ per tutta la vita. Una vita che vediamo passare, subito ingannati, come un flashback mentre e’ nel futuro che Up proietta lo spettatore, facendogli ritrovare il protagonista anziano e con i sogni nascosti – non troppo bene – in ogni angolo della sua casetta. Sara’ lo spirito di sopravvivenza – lo spauracchio di una casa di riposo – a fargli spiccare il volo verso le terre selvagge del SudAmerica, in compagnia di un piccolo boyscout orientale. La sceneggiatura si snoda classica dalla malsopportazione
iniziale tra i due personaggi fino al punto massimo di evoluzione dei loro rapporti, tra le molte sorprese messe in campo attraverso la scoperta della vita nell’altro continente (« e’ come l’America, ma e’ a Sud »). Il connubio Pixar-Disney non rinuncia alle costanti dei film d’animazione (come la valorizzazione dell’amore coniugale e dei rapporti familiari o la comicita’ veicolata dal comportamento degli animali), ma allo stesso tempo le sottopone a una rielaborazione carica di immediatezza e ad altissimo valore emozionale (l’album delle foto e delle « cose da fare », il viaggio sognato per tutta la vita, il superamento della apparente contraddizione tra quotidianita’ e straordinario). Soprattutto, Up sembra gia’ compiere un passo evolutivo sulla nuova strada del 3D, scegliendo una messa in scena discreta che non oltrepassa mai i confini dello schermo (al contrario di quanto avviene in altri film come Viaggio al centro della terra o Mostri contro alieni), ma gioca sulla profondita’ degli ambienti e sulla mobilita’ dei volti. Come a cercare la chiave del cinema non necessariamente fuori (nella spettacolarizzazione) ma, piuttosto, dentro - il quadro, il movimento, l’anima della storia.
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Ma insomma questo 3D funziona davvero?
Inviato da Platone il 15/05/2009
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