CANNES 62 - "Spring Fever", di Lou Ye (Concorso)
Realizzato da un cineasta cinese che ha sempre avuto problemi con la censura, il film affronta esplicitamente l’omosessualità maschile descrivendo un rapporto a tre passionale e disperato. Più che davanti a un progetto sbagliato, si ha l’impressione di essere di fronte a un lavoro incompiuto in cui, pur con momenti riusciti, l’intensità della vicenda dei protagonisti appare spesso interrotta
Dopo l’ottimo Summer Palace, presentato proprio in concorso qui a Cannes nel 2006, la censura cinese ha vietato a Lou Ye di girare per i successivi 5 anni per il modo in cui sono stati raccontati gli eventi di Piazza Tienamnen del 1989 ma anche per l’esplicita sessualità. Del resto il cineasta cinese ha sempre avuto problemi con la censura sin dal suo primo film Week End Lover del 1994 e soprattutto con Suzhou River, girato clandestinamente nelle strade di Shanghai e vietato in Cina.
Spring Fever (questo è il titolo inglese di hun feng chen zui de ye wan) farà ancora parlare di sé per il modo in cui affronta e filma esplicitamente l’omosessualità maschile. Oltre alla Cina, il film è stato coprodotto da Francia e Hong Kong proprio per permettere al regista di poter realizzare il suo film malgrado il divieto imposto. Ambientata a Nankin, in primavera, la pellicola descrive la passione inebriante che coinvolge Jiang Cheng, il suo amico Luo Haitao e l’affascinante ragazza Li Jing che restano avvolti da una passione incontrollata ma anche avvelenata.
La macchina da presa del regista sta addosso ai corpi. Sia mentre si muovono, sia durante gli atti sessuali, portandoli dentro un vortice di disperazione, di gelosia e di ossessione amorosa. Lo spazio, con i rumori e le luci della città, restano spesso sullo sfondo. Ciò che interessa a Lou Ye è descrivere sempre questo isolamento dei loro corpi. Spingendoci, Spring Fever potrebbe essere una specie di Jules e Jim cinese molto più fisico, con improvvise esplosioni di rabbia e con un’atmosfera di morte che gradualmente li avvolge. Peccato però che si ha la sensazione, proprio al contrario dell’opera precedente, che l’intensità della loro vicenda dia l’impressione di essere spesso interrotta e di procedere solo attraverso un respiro affannato. Il regista appare così attratto dal particolare che perde di vista il punto di vista generale. In alcuni momenti indugia in modo così eccessivo da apparire ridondante pure nella descrizione di una passione malata. Non mancano i bei momenti come quello della ragazza che sparisce in una stazione di servizio ma per il resto si ha la sensazione che si tratti di un film più incompiuto che sbagliato; sembra infatti che Lou Ye, in certi momenti, catturi come di nascosto i suoi protagonisti, filmandoli quasi clandestinamente. Forse c’è uno scarto tra come il film era stato pensato e alla fine come è stato realizzato.
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