CANNES 62 - "Bak-jwi" (Thirst), di Park Chan-Wook (Concorso)
Grottesco, claustrofobico e delirante, ma anche (auto) ironico, scenograficamente metafisico, con uno sguardo all'horror, Thirst sembra spingere ancora piu' in la' il dilemma morale e l'immaginazione, unendo la provocazione a momenti di pura perfezione visiva
Chissa’ cosa direbbero i teorici della cospirazione, di questo film che parte dalla relazione pericolosa tra un virus letale diffusosi in Africa e il contagio che trasforma un membro del sistema religioso in un vampiro assetato di sangue e sesso. Fiumi di parole si potrebbero scrivere sul concetto sociale di vampiro, per non parlare delle teorie di connessione tra chiesa e manipolazione fisica. Quando si tratta di Park Chan-Wook le parole e le idee, astratte per definizione, finiscono sempre spazzate via dalla potenza delle sue immagini, che si imprimono sulla retina anche quando i colori sono spenti e tutto e’ avvolto da un meraviglioso e decadente senso di morte.
L’inizio di Thirst (progetto a cui l’autore ha lavorato per dieci anni) e’, visivamente, talmente dentro la normalita’ che quasi non sembra di essere in un film del regista di Lady Vendetta. Sang-Hyun e’ un prete che si presta come volontario a un esperimento mirato a trovare il vaccino per l’Emmanuel virus. Sopravvive, e altre centinaia di cavie muoiono. Sang-Hyun ha subito una tragica mutazione, tanto nel corpo quanto nello spirito. Entra in contatto con la famiglia « adottiva » di Tae-Joo (una splendida Kim Ok-Vin), che ogni notte fugge a piedi nudi da una suocera autoritario-derisoria e da un marito ben poco normale. E’ a quel punto che istinto e mutazione si fondono e il regista alza davvero il sipario, passando dal senso di oppressione di una famiglia costantemente riunita intorno a un tavolo da gioco, piu’ omicida di qualsiasi soprannaturale mostro, al delirio barocco e sinestesico che trasforma Sang-Hyun definitivamente in vampiro.
Tanta, tantissima ironia verso il clero (« E’ solo un effetto psicologico » dice Sang-Hyun alla madre che gli chiede di guarire il figlio dal cancro) e verso i vampiri (sui luoghi comuni questo inedito humor di Park Chan-Wook si accanisce: la capacita’ di volare, la forza sovrumana, la bara in cui dormire, la posizione a testa in giu’) accompagna la tendenza cinematografica attuale (altro argomento da conspiracy theory, da Twilight a
Lasciami entrare) all’umanizzazione del vampiro, una tendenza che Park Chan-Wook declina in maniera decisamente meta-, facendo riflettere ad alta voce il suo protagonista (« Non e’ perche’ sono un prete che ti piaccio, e’ solo un lavoro, cosa conta ? Perche’ allora non dovresti amarmi come vampiro ? » « Siamo bestie che mangiano esseri umani. Nessuno incolpa le volpi che mangiano i polli »). Il regista torna poi su una serie di temi e visioni che legano strettamente Thirst a Old boy: dal proibito dei rapporti uomo/donna e dalle forme dell’incesto, al modo di riprendere le scene di sesso e persino di vestire l’oggetto del desiderio, fino al guardare la morte dall’alto di una scogliera. Grottesco, claustrofobico e delirante soprattutto nella seconda parte, quando il senso di colpa si materializza nelle forme concrete e ingombranti di un ragazzo demente e bavoso e il (melo)dramma prende alcune interessanti deviazioni horror. Thirst sembra spingere ancora piu’ in la’ i confini del dilemma morale e dell’immaginazione, unendo una provocazione sempre godibile e mai gratuita a momenti di pura perfezione visiva (le scene nella casa ridipinta di un bianco totale, il sangue sui volti dei protagonisti, il momento in cui succhiano a vicenda il proprio sangue), talvolta sostenuti da un senso quasi metafisico della scenografia, come avviene in un incontro tra i due protagonisti su una terrazza notturna e nell’inesorabile finale.
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