CANNES 62 - "Humpday", di Lynn Shelton (Quinzaine des réalisateurs)
Andrew e Ben sono due ex compagni di college che non si vedono da molti anni ormai: una notte Andrew, il vagabondo dei due, suona a casa di Ben, il quale invece ha messo su famiglia, e i due ricominceranno a divertirsi proprio dove avevano terminato.
Sono passati almeno dieci anni da quando Ben e Andrew facevano i soliti bad boys di un college americano. Tante cose sono cambiate ora, Ben è sposato con Anna e i due si dicono “I Love You” ogni volta che possono, in più ha trovato un lavoro interessante che permette loro di cominciare a pensare a fare un figlio. Andrew, invece, ha continuato la sua vita da scapestrato, con intenti pseudo artistoidi, e un giro decide di far visita al suo vecchio amico. Sono le due di mattina quando suona il campanello nella casa di Ben e Anna. Ancora non immaginano che le loro vite stanno definitivamente per cambiare...
Arriva come di consueto dal Sundance Film Festival - la patria americana del cinema indipendente, dove la pellicola si è tra l'altro aggiudicata il Premio Speciale della Giuria - questa velenosa commedia sui costumi sessuali e sui pregiudizi che essi scatenano. A firmarla troviamo Lynn Shelton, montatrice e soprattutto filmmaker sperimentalista (soprattutto nel campo del documentario), che con Humpday realizza una pellicola irriverente e spiritosa, densa di dialoghi, insomma un vero e proprio manifesto del cinema indie a stelle e strisce. Le parabole di Ben e Andrew, che dopo anni di lontananza e almeno altrettanti passati a “cazzeggiare” insieme al college, offre alla Shelton l'occasione per decostruire completamente tutti i topoi della middle-class americana: la casa, “invasa” e “occupata” dall'amico Andrew; l'unione familiare, che traballa di fronte al precipitare degli eventi; il lavoro, che Ben mette seriamente in discussione. La vita che almeno inizialmente i due sembrano condurre è senza dubbio antitetica ma non passa nemmeno un giorno dal loro rincontrarsi che le loro esistenze paiono collimare in maniera impressionante. Eccolo allora il ritratto graffiante che la regista compie con questa sua opera e che emerge impietoso nel mutare d'atteggiamento di Ben: posato prima, completamente svalvolato poi. La sua insofferenza verso le regole base del matrimonio, che lo portano a mostrare un lato della propria personalità (o meglio, usando proprio le sue parole, la diverse facce di una personalità molto sfaccettata...) piuttosto ingombrante, è la chiave di volta con cui la Shelton scardina l'universo familiare della coppia. E non per crearne un'altra, infatti l'afflato omosessuale infatti tra Ben e Andrew si consuma più a parole che nei fatti, ma semplicemente per creare dei dubbi, dei punti interrogativi in un'esistenza che sembrava già instradata. Il tutto praticamente vissuto in diretta, grazie ad una messa in scena molto realista e ad una camera a mano che ossessivamente scruta i volti dei protagonisti del film, quasi per strappargli le parole di bocca.
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