CANNES 62 - "Bright Star", di Jane Campion (Concorso)
Costruito come un poema, con un andamento splendidamente discontinuo tra frenesia e stasi, la regista neozelandese sa porgere alla nostra attenzione una storia tanto intensa e forte. Non un romanzo ottocentesco che si perde nei circoli viziosi e ingombranti della narrazione, ma un racconto fiammeggiante, di desiderio e di silenzio
“Un ritratto di amore e di perdita”, recita il sottotitolo di Bright Star, nuovo lungometraggio in costume diretto da Jane Campion che, dopo In the Cut si abbandona a toni più morbidi e lievi per una storia ambientata tra il 1818 e il 1821, gli ultimi anni di vita del giovanissimo poeta inglese John Keats colpito da tubercolosi e morto a Roma all’etá di 25 anni, dopo aver pubblicato alcuni dei poemi più belli dell’intera storia letteraria. Tutto comincia durante una festa, una sera di primavera. La bella Fanny, figlia maggiore della famiglia Brawne, e il giovane poeta si incontrano e iniziano a inseguirsi, nel procedere delle stagioni e delle feste, nell’alternarsi della luce e del paesaggio, nelle lettere scritte e divorate, tra assenze, incomprensioni e adesione completa e perfetta l’una ai pensieri dell’altro. "stavo leggendo la biografia di Keats – dichiara Jane Campion – e ho scoperto la parte in cui si innamora di Fanny: mi sono inamorata della loro storia, sono stata attratta dalla sofferenza e dalla bellezza e innocenza del loro amore".
L’inizio è semplice e disteso, l’attenzione rivolta ai dettagli, all’atmosfera, ai particolari dei personaggi colti el bel mezzo delle loro vite e abitudini quotidiane. La casa, le stanze, i colori, le voci dei bambini (il fratello e la sorella minori di Fanny) e dei personaggi che risuonano, ma molto più spesso affiorano sussurrate, tra esterni e interni intrisi di garbata eleganza. Ma la leggerezza è solo apparente, anzi, è la forma con cui Jane Campion sa porgere alla nostra attenzione una storia tanto intensa e forte. Non un romanzo ottocentesco che si perde nei circoli viziosi e ingombranti della narrazione, ma un racconto fiammeggiante, di desiderio e di silenzio. La poesia nella sua forma più pura, fatta di sguardi e di stupore, che nasce dai pensieri e si allarga a travolgere ogni cosa. È poesia il gesto che si ripete, e sono poesia le parole lasciate scorrere sottovoce, e quelle non dette e non scritte, che stanno in profonditá ma spingono il ritmo e il tono di questo film verso una rarefazione che è taglio e ferita. In the Cut, appunto, perchè il sangue che scorre quasi non si vede, perchè le parole sono sempre più ossessione da ascoltare e da scrivere, come fossero essi stessi corpi debordanti di fisicitá e urgenza che, alla fine, divorano il silenzio e si spengono nel pianto. Tutto passa attraverso lo sguardo di Fanny, il tremore, la paura, l’emozione a loro volta vissuti attraverso la poesia di Keats. Un sottile gioco di rimandi, una corsa a perdifiato fino a non avere più fiato. Ancora una volta, nel cinema di Campion, volare e precipitare seguono gli stessi meccanismi.
Costruito come un poema, con un andamento splendidamente discontinuo tra frenesia e stasi, per poter indugiare nell’osservazione dei fiori o della neve, prima che il fuoco possa divampare in un lampo improvviso e misterioso. “O stella ardente, foss'io costante come tu sei”.
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Recensione bellissima.
Inviato da Lae il 23/07/2009
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