CANNES 62 - "Taking Woodstock", di Ang Lee (Concorso)
Dopo i due trionfi veneziani, Ang Lee punta alla Palma d’oro. Ma stavolta sembra essere fuori strada, lontano dai momenti più sentiti del suo cinema, quelli in cui, sotto una ‘pelle’ dannatamente convenzionale, riesce a far vibrare le corde profonde del melodramma. La sua Woodstock gira a vuoto, senza riuscir mai a proiettarsi definitivamente nel secondo livello, quello più interno
It’s not to make a change, just relax, take it easy. E’ la voce di ogni padre che parla al figlio, come cantava Cat Stevens. L’invito ad accettare il quotidiano come proprio destino. E’ tutta qui la storia di Elliot Tiber, giovane di origine ebraica, promettente decoratore di interni, costretto a ritornare dai suoi genitori, che gestiscono uno scalcinato motel in una cittadina sperduta delo Stato di New York. Gli affari vanno male, un’ipoteca grava sul terreno, il padre è pronto all’irreparabile, la madre (impagabile Imelda Staunton), vecchia e tenace profuga dall’ex Unione Sovietica, difende il ’poco’ che ha con i denti. Per Elliot è dura rinunciare a coltivare il proprio talento ed è dura tener celata la propria omosessualità. Ma sono gli anni di Woodstock e del Vietnam, della controcultura hippie, del love & peace. Elliot sente l’aria dei tempi e sogna di regalare alla sua cittadina una grande manifestazione di musica e libertà. Ma, in qualche modo, l’affare gli sfugge di mano e finisce per assumere proporzioni colossali. Centinaia di migliaia di giovani da tutto il paese, le proteste ‘ipocrite’ degli abitanti, la follia dei genitori, che scoprono un’improvvisa e inaspettata miniera d’oro. Ang Lee, dopo i due trionfi veneziani de I segreti di Brokeback Mountain e Lussuria, cambia aria e punta alla Palma d’oro. Ma stavolta sembra essere fuori strada, lontano dai momenti più sentiti del suo cinema, quelli in cui, sotto una ‘pelle’ dannatamente convenzionale, riesce a far vibrare le corde profonde del melodramma. Un cinema che tratta con cura gli stereotipi, per ritrovarvi i segni di un’autenticità sepolta. Ma Taking Woodstock gira a vuoto senza trovar la porta giusta, senza riuscir a proiettarsi definitivamente nel secondo livello, quello più interno. Ok: c’è la lettura critica e sarcastica del movimento e dei suoi limiti, dell’affarismo che fagocita i sogni. Ma è già tutto sulla carta. Ang Lee guarda a un’epoca ‘mitica’ con gli occhi alieni di chi avverte solo la superficie dell’immaginario e si mantiene a una distanza tale da non cogliere l’intero spettro cromatico di un mondo. Anzi, proprio perché tutto sembra apparirgli fuori fuoco, si affida allo sguardo altrui, ripiega su un cinema visto e rivisto. E si accontenta di affidarsi allo script di James Schamus (tratto dal racconto omonimo dello stesso Elliot Tiber e di Tom Monte), alla partitura musicale di Dany Elfman, alle canzoni dell’epoca d’oro del rock. E, ovviamente, agli interpreti : una schiera di giovani star, da Emile Hirsch a Paul Dano, il protagonista Demetri Martin, un incredibile Liev Schreiber che, nei panni di un travestito ex marine, vale da solo tutto il film. E’ soprattutto grazie a loro che Lee ritrova, quasi per caso, quegli sparuti attimi di autentica emozione. Gli occhi dei figli che ritrovano lo sguardo dei padri.
Now there’s a way and I know that I have to go away.
I know I have to go.
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