CANNES 62 - "Mother", di Bong Joon Ho (Un certain regard)
Dettaglio dopo dettaglio, nell'avanzare di una sceneggiatura da canone, emerge la vera natura di Mother, quell'usare la storia di genere per raccontare l'intollerabile crudelta' dell'essere umano, la sua connaturata ambivalenza e la sua sottoutilizzata forza
Bong Joon Ho (The host) mette in scena una storia a meta’ tra thriller e poliziesco, dimostra di conoscere gli strumenti del genere narrativo (pur tralasciando completamente il fattore tensione e limitandosi a una suspence tutta mentale) e certamente si diverte a utilizzarli in questo film incentrato sul rapporto tra madre e figlio. Do-Joon e’ un ragazzo che tutti chiamano ritardato, legato a sua madre da un rapporto che appare fin da subito come morboso. Ma il giudizio del regista, che guarda con affetto i due protagonisti (interpretati da Kim Hye-Ja e Won Bin), e’ altrove, fuori dello spazio sicuro della famiglia, puntato verso ben altro male, verso la crudelta’ dei vicini, della polizia, degli avvocati e dei medici, di quasi tutti i membri della comunita’ in cui i due vivono. Uno sguardo che segue costantemente una figura ambigua tra le ambiguita’, una madre dolce e feroce circondata da infidi individui, e che si concede dei respiri ampi solo per evocare attraverso paesaggi tetri, scarni, desolati la solitudine della protagonista e la sua totale mancanza di appigli. Do-Joon viene accusato dell’omicidio di una ragazza e arrestato. Sua madre non crede neanche per un istante alla sua colpevolezza, ma di fronte al muro della polizia, che si accontenta di un unico ed equivoco indizio, inizia la sua solitaria guerra di ricerca della verita’. Dettaglio dopo dettaglio, nell’avanzare di una sceneggiatura da canone, emerge la vera natura di Mother, quell’usare la storia di genere per raccontare qualcos’altro. L’intollerabile crudelta’ dell’essere umano, la rabbia di classe e la vendetta, la falsa solidarieta', l’ambivalenza connaturata sono i veri protagonisti di questo film che cresce
insieme all’accumulo del suo intreccio narrativo, in cui nessuno e’ fidato, tutto si trasforma nel suo rovescio (la solidarieta’ in criminalita’ e poi in innocenza, l’umanita’ in grettezza, l’amore in disperazione) e anche fuori dello schermo l’empatia nei confronti della protagonista esplode davvero solo nel momento in cui si conosce la sua colpa segreta. A questo esercizio sulla natura umana, sostenuto dal ritmo e dalle prove degli attori, si affianca una riflessione sulla memoria e sulla coscienza: i ricordi sono sempre capaci di tornare, ma e’ sempre l’individuo che decide se lasciarsi o meno sopraffare da se stesso. Al di la’ di ogni morale possibile, l’agopuntura di Mother e’ la forza, sottoutilizzata, dell’essere umano. Come Danielle Bowden in Cape fear: « Se si resta attaccati al passato si muore un po’ alla volta. Ma per quanto mi riguarda, invece, io voglio vivere ».
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