CANNES 62 - "La merditude des choses", di Félix van Groeningen (Quinzaine des réalisateurs)
La storia del piccolo Gunther è un cinico e terribile coming of age che, procedendo di rutto in rutto, delinea una parabola struggente sull'educazione e sull'importanza che questa riveste nella formazione di un uomo. Nella Quinzaine des réalisateurs di Cannes 2009
Gunther Strobbe è un tredicenne che vive praticamente prigioniero di una famiglia a dir poco assurda: la madre, a cui tutti danno bellamente della puttana, se n'è andata praticamente schifata; il padre è un alcolizzato patentato che la mattina è spesso preda del delirium tremens e ogni tanto non lesina qualche legnata al figlioletto; i fratelli e i cugini del padre, i quali dividono tutti la stessa inospitale baracca chiamata casa, fanno a gara a chi beve e dice più stronzate; poi c'è la nonna, la vecchia di casa, a cui tutti vogliono un gran bene ma alla quale pochi danno veramente retta. La vita di Gunther dunque è tutta qui, pazzesco che il piccolo trovi anche (e tanto) da ridere. Il belga Félix van Groeningen – al terzo film dopo Steve + Sky (2004) e With Friends Like These (2007) – sembra aver trovato magicamente la quadratura di un cerchio, dato che le sue pellicole precedenti erano giustamente passate abbastanza inosservate, oltremodo complicato e complesso da far quadrare. Il coming of age del piccolo Gunther ricorda molto da vicino quello splendido della francese Sylvie Verheyde, lo Stella visto a Venezia e poi passato un poco sotto silenzio nelle sale, con un pizzico di cattiveria e di cinismo in più e con in meno quell'afflato romantico/nostalgico con cui la Verheyde ha condito la propria opera. Come si può benissimo evincere dal titolo, La merditude des choses delle romanticherie nostalgiche non sa proprio cosa farne, anzi, il procedere della pellicola di Félix van Groeningen è tutto costellato da brutture cinematografiche inerenti la vita che scorreva intorno al piccolo Gunther da far impallidire John Waters: vomitate, pisciate, cacate, rutti e canzoncine sporchissime che vengono tramandate ai nuovi nati come fossero l'unico lascito ereditario (si dovrebbe forse parlare di tare ereditarie, più che altro...) di una famiglia davvero borderline. Ma la capacità del giovane regista belga è stata quella di aver saputo dominare un tessuto narrativo così irto di “sporcizia” plasmandone intorno una storia struggente di un'educazione mancata o forse impossibile e che avrà naturalmente degli strascichi nella vita dei suoi protagonisti (il piccolo Gunther, infatti, venti anni più tardi diverrà padre anche lui...). Una storia densa di salti temporali tra il Gunther piccolo e quello più adulto che si chiude splendidamente con il chiudersi del cerchio generazionale, con un'educazione dunque ancora possibile nonostante tutte le brutture a cui la vita familiare può portare.
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