CANNES 62 - "Vengeance", di Johnnie To (Concorso)
Basta un solo vuoto di memoria a creare una frattura nel flusso della vita. Un fotogramma mancante ferisce la pellicola e graffia lo sguardo. E’ la fragilità della memoria a salvare gli uomini, sosteneva Brecht. Ma un killer samurai non può dimenticare, non deve. Perché sa che il passato è lo scrigno del destino
Once more time Johnnie To. Il suo cinema assomiglia sempre più a una fabbrica che riproduce in serie i suoi pezzi. I soliti amici fidati, Anthony Wong, Simon Yam, Lam Suet, Lam Ka Tung, l’ombra Wai Ka Fai. Qualche nuovo compagno d’avventure (grande Johnny Hallyday). La sicurezza dello stile. Ed ecco il segreto di uno strumento di precisione che disegna geometrie continue, definisce lo spazio e traccia linee direttrici con un colpo di pistola. Ma c’è qualcosa che non torna, un anello mancante, che fa saltare il rigore cartesiano, il limite del sistema binario. Si tratta forse di un semplice scarto di montaggio, un elemento spurio, che inceppa la perfezione prevedibile dell’ingranaggio. Basta un solo vuoto di memoria a creare una frattura nel flusso della vita. Un fotogramma mancante ferisce la pellicola e graffia lo sguardo. E’ la fragilità della memoria a salvare gli uomini, sosteneva Brecht. E’ vero, forse. Se svanisce l’immagine del dolore, scompariranno la rabbia e la vendetta. Ma a che prezzo? L’amore, fragile trama intessuta di ricordi, non avrà più ragion d’essere. E così l’amicizia, che si nutre di promesse e lealtà. Tutto ciò che ha bisogno di durare, muore con l’oblio. Costello ha una pallottola piantata nel cervello e la memoria fragile, ma non può dimenticare. Ha un debito con la figlia, con gli uomini che ha assoldato, professionisti d’altri tempi, gente che conosce il significato della parola data. Il suo nome, il borsalino, l’impermeabile nero: tutto è
segno. Costello è un’icona, un’immagine sacra. E’ di per sè un ricordo, la sua stessa presenza rimanda ad altro, all’assente. Melville: l’onore e il sacrificio. La solitudine e l’amore. No, un killer samurai non dimentica. Perché sa meglio di ogni altro che il passato è lo scrigno del destino. Siamo alla radice del mito. Non si rivoluziona il genere. Ma è proprio questo il punto. Johnnie To se ne frega della teoria. E’ lui il vero killer, ‘’gira e spara’’ puntando diritto all’obiettivo. E’ il professionista che fa il lavoro sporco con precisione e metodo. Non lascia tracce, eppure non rinuncia alla firma (gli immancabili pranzi, le bottiglie di buon vino, la goliardia virile). Ma come ogni lupo solitario, sotto la freddezza della maschera, nasconde la sua disperata malinconia. Costello/Johnny Hallyday scatta le sue foto per non dimenticare, per restare aggrappato al senso della propria esistenza. To, al pari, avverte il rischio della mancanza e dissemina, film dopo film, i segni da ritrovare lungo il cammino. Rifà all’infinito il suo cinema, per mantenerlo in vita, restargli fedele, per ricomporre, ogni volta, i frantumi dei suoi amori e riscoprire quel sentiero che da Melville porta a Peckinpah, che congiunge oriente e occidente. Non si tratta di maniera. Qui è questione di morale. Custodire e difendere il proprio cuore segreto per combattere la quotidiana battaglia con la morte…
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