CANNES 62 - "Jaffa", di Keren Yedaya (Séances spéciales)
Come già nel film precedente Or, la regista israeliana, in questo secondo, intenso e sublime lungometraggio, concentra l’azione, le dinamiche, le tensioni, le complicità e rivalità fra i personaggi in pochi ambienti (due in particolare, il garage e l’appartamento della famiglia israealiana) e in una serie di flash che, più che mostrare la città, disegnano un percorso soggettivo, parziale di/dentro essa
Due fermi immagine aprono e chiudono Jaffa. Sui titoli di testa gli uccelli in volo nell’inquadratura sono bloccati e poi liberati nel loro movimento. Sui titoli di coda la bambina di nove anni figlia dell’israeliana Mali (magnifica Dana Ivgi) e del palestinese Tawfiq (Mahmoud Shalaby) gioca sulle rocce, fra la spiaggia e il mare, guardando i genitori poco lontani e guardandoci. Dentro queste due sospensioni sta il secondo, intenso, sublime lungometraggio della regista israeliana Keren Yedaya, che con la sua opera d’esordio Or vinse la Caméra d’or nel 2004. Jaffa è la continuazione e la variante di quel film, la conferma di un talento e dell’attenzione di Yedaya verso personaggi femminili. Dopo la madre e la figlia di Or, che davano corpo a un espanso conflitto fra le mura di un appartamento, il cinema di Yedaya si concentra sulla ventenne Mali, che lavora con il padre Reuven (Moni Moshonov, celebre attore di cinema israeliano e non solo, ha lavorato ne I padroni della notte e Two Lovers di James Gray) e il fratello Meir (Roy Assaf) nel garage di famiglia nel cuore di Jaffa, dove sono occupati anche il palestinese Tawfiq e suo padre. Mali è incinta di Tawfiq. E le relazioni fra i personaggi precipitano quando, in seguito all’ennesima provocazione del violento e reazionario Meir, Tawfiq si scaglia contro di lui causandone involontariamente la morte.
Come già nel film precedente, Yedaya concentra l’azione, le dinamiche, le tensioni, le complicità e rivalità fra i personaggi in pochi ambienti (due in particolare, il garage e l’appartamento della famiglia israealiana) e in una serie di flash che, più che mostrare la città, disegnano un percorso soggettivo, parziale di/dentro essa, filmata per squarci di strade, da un’automobile, con gli occhi di Mali, oppure notturna, quasi invisibile, come nel caso dell’incontro fra lei e Tawfiq, o ancora stringendo la visuale da un totale dall’alto verso la strada e l’esterno del garage, all’inizio… E all’interno di quegli spazi la regista depone e fa muovere i personaggi, i loro corpi vicini e lontani, che si toccano e si allontanano, su un divano, fra le auto da riparare. O, nell’esemplare scena finale, sulla spiaggia, fra la terra e il mare, dove la nuova famiglia può finalmente ri-trovarsi, trovarsi davvero per la prima volta, dopo che Tawfiq ha scontato la pena e dopo che Mali ha rotto la relazione con il padre e la madre Osnat (la star, l’Anna Magnani israeliana Ronit Elkabetz) - che, apparentemente aperti al dialogo, non avrebbero davvero mai accettato il matrimonio della figlia con un palestinese - in una delle emozionanti scene madri che punteggiano il testo, e che non hanno bisogno di commento sonoro, lasciate da Yedaya alla forza delle parole e ai gesti dei corpi (come già succedeva profondamente in Or). In quella scena finale la figlia vede per la prima volta il padre, ma non gli si avvicina, lo guarda un paio di volte con uno sguardo che è già sua accettazione. E, come nel resto del film, i corpi compongono un infinito loro riposizionamento, negli spazi del testo e delle esperienze vissute o che vivranno dentro/oltre quel fermo immagine. La nuova famiglia si studia, si cerca, si esplora con lo sguardo, dopo nove anni di silenzio e di distacco forzato. Nove anni che Yedaya non ha fatto sentire, azzerandoli in precedenza in un drastico passaggio a-temporale. Perché i corpi appartengono a un loro tempo assoluto e intimo, che infrange senza sosta le convenzioni del (passare del) tempo.
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