CANNES 62 - "Looking for Eric", di Ken Loach (Concorso)
Il regista inglese è di nuovo in concorso, dopo il successo di tre anni fa. Ma, stavolta, il registro è completamente differente: la severità dell’impegno, con tutti i suoi eccessi e i limiti, è messa al lato, per lasciar spazio a toni più intimi. E ne viene fuori un film divertente, libero, che tocca con leggerezza il cuore delle cose
Il ritorno di Ken Loach. Il regista inglese è di nuovo in concorso per la Palma d’oro, dopo il successo, tre anni fa, de Il vento che accarezza l’erba. Ma, stavolta, il registro è completamente differente, lontano dalla denuncia politica e dai più o meno dichiarati toni ‘interventisti’ dei film precedenti. Certo l’ambiente è quello classico: la working calss britannica, la gente‘comune’ che fatica a sbarcare il lunario e si ritrova ogni giorno ad affrontare i problemi della propria condizione sociale. Ma la severità dell’impegno, con tutta la carica polemica, gli eccessi e i limiti che ne conseguono, è messa al lato, lasciata un po’ in disparte. La sceneggiatura del solito, fidato Paul Laverty sceglie toni decisamente più intimi, personali e vira, inaspettatamente, verso il fantastico. Eric Bishop (Steve Evets) è un vecchio postino di Manchester con i nervi a pezzi. Da quasi trent’anni vive con il rimpianto di aver abbandonato l’unica donna veramente amata, Lily, da cui ha avuto una figlia, ora ragazza madre. Deve vedersela da solo con i due figliastri adolescenti, che non tardano a mettersi nei casini. In famiglia regna il caos, il lavoro è senza stimoli e prospettive, e la vita sentimentale è inesistente. L’epoca dei sogni, della passione per il ballo è ormai tramontata e il presente appare un disastro. Le sole, piccole consolazioni vengono dai colleghi di lavoro e dal poster gigante dell’unico vero idolo, Cantona, il vecchio campione del Manchester United, che appare a Eric quasi come un’immagine sacra. E una sera, magicamente, dopo un paio di spinelli, Cantona si materializza per dar sostegno e consiglio al suo fan. Con Looking for Eric, Loach ritrova lo spirito che, forse, gli è più congeniale, quello dei momenti migliori (Riff Raff, My Name Is Joe) e, grazie anche alla splendida autoironia di Cantona, riesce a dar vita a una commedia francamente sorprendente. Non rinuncia alle sue idee fisse (la sana solidarietà di classe), ma per un attimo sembra dimenticare i propositi incendiari, la rabbia sacrosanta eppur pesante che ha sempre attraversato il suo cinema. Gioca con i suoi attori (sempre all’altezza, va dato atto) e ritrova un’ispirazione libera, scanzonata, ma non superficiale. Tocca con leggerezza il cuore delle cose. E tanto basta.
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